P. Guido Bassanello

P. GUIDO BASSANELLO

* Montecchio Maggiore (VI), 28 settembre 1937

† Roma, 27 dicembre 2012

 

OMELIA NEL FUNERALE DI P. GUIDO BASSANELLO

Cari fratelli e sorelle,
siamo addolorati, davvero molto addolorati, noi confratelli della casa generalizia e tutti coloro che lo hanno conosciuto, per la morte di don Guido. Nella fede accogliamo questo fatto come la volontà del Signore, che scrive i suoi disegni di bene attraverso vie per noi misteriose e non sempre facilmente comprensibili, ma umanamente siamo molto colpiti per la perdita improvvisa e prematura di questo nostro fratello.

È stato direttore della nostra comunità di casa generalizia negli ultimi sei anni, svol- gendo il suo incarico con discrezione, dedizione e signorilità, lasciando il suo incarico solo qualche mese fa.

Proprio per le sue belle doti umane e il suo prezioso apporto alla nostra comunità, gli avevo chiesto e scritto “di restare ancora per qualche tempo a servizio della nostra comu- nità” e lui aveva accettato, come sempre, con piena disponibilità.

Non pensavo davvero che sarebbe stato il Padre Eterno in persona a interpretare il senso di quell’espressione “per qualche tempo”, portandoselo in Paradiso così presto, senza darci il tempo e il modo di valorizzare ancora le sue belle qualità.

Così don Guido se ne è andato il 27 dicembre, verso mezzogiorno probabilmente, in silenzio, senza disturbare nessuno, secondo il suo stile.

Perché lui, che si è preso tanta cura degli altri, soprattutto anziani ed ammalati, non ha voluto chiedere il contraccambio, aspettandolo tutto dal Signore.

Quando i confratelli, all’ora della preghiera e poi del pranzo non lo hanno visto arrivare, lo sono andati a chiamare in camera e lo hanno trovato disteso sul letto, immobile, sereno, già immerso nel sonno eterno.

“Siate sempre pronti, con i fianchi cinti e le lucerne accese…”.

Noi siamo rattristati e scossi perché ci ha lasciati “all’improvviso”, ma lui era pronto.

“Siamo in cammino verso la Resurrezione” era solito rispondere a chi gli chiedeva “Come va?”. Noi magari si sorrideva, ma lui ci credeva veramente e non lo diceva così per dire: più pronto di così!

Il suo cammino verso la Resurrezione era cominciato il 28 settembre 1937, a Montecchio Maggiore, dove era nato.

Dopo aver frequentato la scuola media a Montecchio, nel 1953 entra in noviziato a Vigone, emettendo la professione religiosa il 29 settembre 1954.

Prosegue quindi gli studi a Ponte di Piave; ad Arcugnano (VI) svolge il suo magistero ed a Viterbo gli studi filosofico-teologici. Il 3 aprile 1965 viene consacrato sacerdote.

Continua gli studi, frequentando la facoltà di scienze a Padova e contemporanea- mente offre la sua presenza educativa successivamente al Patronato del Santo di Padova, nella Parrocchia San Pio X, nel Collegio Universitario Murialdo e nella Villa Maria Immacolata a Montecchio.

Conseguita la laurea in Fisica nel 1974, passa al Brandolini Rota di Oderzo, come insegnante e assistente nel convitto.

Nel 1978 viene trasferito a Vicenza, prima come direttore della Comunità Murialdo, poi al Patronato Leone XIII, prima insegnante e assistente dell’Azione Cattolica e poi direttore.

Nel 1994 è nominato direttore dell’Istituto Sacro Cuore di Modena, quindi del Collegio Brandolini Rota di Oderzo (1997).

Nell’anno 2003 assume la direzione dell’Istituto San Pietro di Viterbo e nel 2006 è nominato direttore di Casa Generalizia a Roma, incarico che ha espletato fino al settembre scorso.

“La Congregazione, ad esempio del suo patrono San Giuseppe, professa in modo speciale la virtù dell’umiltà e della carità, espressione di un particolare stile di vita, non per imporsi un nuovo dovere, ma semplicemente per manifestarsi secondo le proprie caratteristiche, derivate dalla sua origine e anche volutamente scelte per ragioni spirituali ed apostoliche. La congregazione, cioè. È lieta di occupare l’ultimo posto e di lavo- rare attivamente come se fosse nel primo, poiché per l’umiltà esiste, per la carità esiste ed opera. Questo modo di agire richiede decisione, generosità e insieme semplicità e modestia” (Regola, VII).

Il nostro fratello don Guido ha fatto di questo contenuto fondamentale della nostra Regola l’ispirazione e il tracciato fondamentale della sua vita.

Noi ne abbiamo avuto la prova nella sua disponibilità, nella sua cordialità e serenità d’animo, nella sua capacità di mettersi a servizio degli altri, soprattutto degli ammalati, senza chiedere riconoscimenti, anzi preferendo sempre silenzio e nascondimento.

Nella nostra comunità abbiamo apprezzato la sua cortesia verso tutti, la sua attenzio- ne verso gli ospiti o i confratelli di passaggio, la sua fedeltà e, soprattutto, la sua grande fede.
Nel suo Testamento ci ha lasciato alcuni pensieri che gettano una luce vivida sulla sua profonda spiritualità e sono un grande dono per noi: un ultimo, preziosissimo insegnamento.

Il Testamento è stato scritto a Oderzo il 18 maggio 2002:

“Considero un dono immenso di Dio la vita che ho sempre amato, e, in essa, molti altri doni, impensabili da me, di cui ho preso graduale coscienza: il dono dei doni, la fede, nella predilezione di essere membro della Chiesa; l’incontro a 10 anni di età, con il Murialdo, per camminare assieme a lui verso Dio, spartendo la vita con i giovani; la mia famiglia naturale, autentica piccola chiesa, nutrita dai sacramenti e dalla preghiera; il sacerdozio cattolico, che è conformazione al Signore Gesù ed efficacissima possibilità in più per educare i giovani alla vita; la vita comunitaria, vissuta sempre con provvisorietà e disagio, pur essendo un dono, perché è il reale ed unico modo di incontrare Dio ed essenziale esperienza di autonomia e di responsabilità personale.

Non potrò mai essere grato a sufficienza per questo amore infinito e sempre preveniente di Dio per me, predilezione che ha preso la forma della Congregazione. Ad essa devo tutto quello che sono e che ho e ad essa riconsegno tutto con sincera gratitudine ed affetto”.

Dopo questo incipit, P. Guido parla della sua interiorità con espressioni toccanti. Spesso diceva: “Andiamo avanti…combattendo!” Non erano parole qualsiasi…

Sentite come prosegue il Testamento Spirituale:

“Ho coscienza di un grande orgoglio personale, radicato nel profondo del cuore e della mente, che è fragilità totale a realizzare la propria identità di figlio di Dio.

Soltanto il Crocifisso e la sua conoscenza interiore permette di riuscire contempo- raneamente a lasciarsi amare da Dio in modo impensabile ed insieme ad ammettere con coerenza il ridicolo e spaventoso orgoglio, per cui la naturale disperazione di un nulla pieno di sé e pur vuoto, si trasforma in pura fiducia che il regno di Dio cresce e si sviluppa e che la Congregazione è valido mezzo di santità.

Penso che il Murialdo ci insegni questo, perché questo ha sperimentato.
Di questo orgoglio chiedo perdono a Dio, ai confratelli, ai giovani.
Grazie, Signore, perché hai colmato la mia vita di grandi doni, soprattutto per essere tuo figlio ed essere sempre perdonato da Te”.

Grazie don Guido: hai combattuto davvero bene la tua battaglia, regalando a noi testi- monianze di umiltà, di carità, di fedeltà, di servizio.

Prega per noi.

Roma, Casa Generalizia, 28 dicembre 2012

 

Padre Mario Aldegani

Padre Generale

 

Dopo la Santa messa esequiale celebrata al Patronato “Leone XIII” di Vicenza, la mattina del 29 dicembre, p. Guido è stato sepolto nel cimitero maggiore della città, nella tomba di congregazione.

P. Lorenzo Terrando

P. LORENZO TERRANDO

* Pertusio (TO), 29 giugno 1921

† Torino, 19 dicembre 2012

 

Alla bella età di 91 anni ci ha lasciato, mercoledì 19 dicembre 2012, P. Lorenzo Terrando, che si è spento nella sua stanza al Collegio Artigianelli di Torino, circondato dai confratelli che l’assistevano e pregavano per lui.

Era nato a Pertusio (TO) il 29 giugno 1921. Dopo le scuole medie frequentate al San Giuseppe di Rivoli era entrato in noviziato a Vigone nel 1939 e nel 1940 aveva emesso la prima professione. Dopo gli studi filosofici e teologici fu ordinato sacerdote a Viterbo il 4 marzo 1950.

Dopo alcuni anni di ministero a Pocapaglia e Vigone, nel 1954 passò “nella terra bergamasca” – come diceva lui – che divenne, tra Bergamo e Valbrembo, la sua seconda patria.

Nel 1967 divenne Rettore del Collegio Artigianelli di Torino e poi, dal 1970 al 1976 ricoprì l’incarico di Superiore Provinciale della Provincia Piemontese. Dopo i passaggi a Bergamo, Santa Margherita e Torino Salute, nel 1985 tornò a Valbrembo svolgendo il suo classico compito di “padre spirituale”. Nel 1997 si trasferì in Piemonte a Nichelino e, dal 2007, a Torino al Collegio Artigianelli.

Nel pensare alla sua figura di religioso giuseppino e di sacerdote ci vengono incon- tro alcuni tratti caratteristici della sua personalità, ben noti a quanti lo hanno conosciuto e lo hanno frequentato.

P. Lorenzo è stato un religioso e un sacerdote innamorato della sua vocazione. Fu veramente “prete” capace di amicizia, sempre con una buona parola da dire, magari con un po’ di arguzia, portato ad alimentare speranza e fiducia. Così lo ricordano tanti e tanti ex allievi, che egli ha seguito anche nelle varie vicende della vita, ricordandosi di loro con una cartolina in occasione di ricorrenze e compleanni. Conservare e coltivare amicizie fu sua capacità e qualità ed è certamente per questo che molti, in occasione della sua morte, lo ricordano con affetto.

Gentilezza e semplicità erano lo stile del suo rapporto con gli altri. Così lo ricorda un operatore del CFP di Nichelino: “ho avuto modo di apprezzare la delicatezza, l’intelligenza e il senso di accoglienza che manifestava in ogni nostro incontro… incarnava lo spirito di comunione nel senso vero della parola…la parola di conforto non mancava mai”. P. Lorenzo ha sempre mantenuto fede a questo stile, nella parola e nel tratto, con tutti, giovani e non più giovani, capace di ascoltare e di cogliere le cose della vita e del tempo con una bonaria e benevolente attenzione.

L’amore alla sua vocazione era il riflesso della serietà di impostazione della sua vita. Mentre amava la sua vocazione di religioso giuseppino, amava e si prodigava tanto per le vocazioni. Ha incoraggiato e sostenuto tanti nei percorsi vocazionali, ha pregato tanto, ha sperato e forse anche sofferto per abbandoni che forse mai avrebbe immaginato.

A P. Lorenzo tanti giuseppini devono un grazie che oggi si fa preghiera di suffragio e che alimenta nel ricordo del cuore, la memoria di un amico e di un padre che ha saputo attraversare la vita dando testimonianza di fedeltà, di prossimità e di amicizia.

Il suo ricordo sia ancora e sempre una benedizione per noi.

 

P. Lorenzo Sibona

Padre Provinciale

P. Vladimiro Rossi

P. VLADIMIRO ROSSI

* Centrale (VI) 26 de Enero de 1923

† Mendoza (Argentina) 16 de Septiembre de 2012

 

En la madrugada del 16 de septiembre, mientras se celebraban las fiestas patronales de la Virgen de los Dolores, en nuestra parroquia de Mendoza, la Madre amada acompañaba al encuentro con el Señor al P. Vladimiro Rossi de 89 años.

Nació en Centrale (Vicenza) el 26 de enero de 1923. Ingresa a Montecchio Maggiore, hace el noviciado en Vigone donde emite la primera profesión en 1938. Estudia filosofía en Sommariva y Ponte di Piave. Realiza el magisterio en Modena, donde hace la profesión perpetua en 1944. Empieza los estudios de teología en Viterbo, y los finaliza en Buenos Aires donde llega en el año 1947. Allí se reencuentra con su padre, quien años antes, luego del fallecimiento de su madre, cuando Vladimiro tenía sólo tres años, había emigrado en busca de trabajo. El 18 de septiembre de 1948 es ordenado sacerdote en Buenos Aires y en la Argentina será donde P. Vladimiro dedicará de forma generosa toda su vida sacerdotal.

Maestro y párroco en Villa Bosch, Villa Soldati (Bs. As.). Desde 1955 a 1961 se desempeña como Director en Villa Nueva (Mendoza) en el Hogar del Niño Obrero, desde donde viaja a Europa el año 1959 acompañando a los Niños cantores de Murialdo que celebran aplaudidos conciertos. Desde 1962 a 1964 es formador en el Seminario de Mórrison (Córdoba), y posteriormente en 1965 es nuevamente nombrado director y párroco en Villa Bosch (Bs. As.), para finalmente volver en 1976 a Mendoza a la Parroquia Ntra. Sra. de los Dolores. En 1982 la obediencia lo llama al cargo de Superior Provincial. Pero su sede será siempre la amada Mendoza, donde se quedará como párroco por más de 20 años, hasta 2001 y como Asesor del Movimiento Juvenil Peregrinos por casi 40 años, acompañando los OASIS (retiros espirituales) entregado a miles de jóvenes con el corazón apasionado de Jesús, el buen pastor.

A la entrada de la Iglesia donde se vela el cuerpo del P. Vladimiro, hay un cuaderno que en pocas horas se llena de testimonios. Las palabras más repetidas son: “gracias, P. Vlady, (asi le decían con cariño), compañero de ruta, cura amigo, querido por todos, te has gastado por entero por nosotros, nos guiaste en la vida del amor a Jesús, siempre animoso, comprensivo, alegre, contagiando a tu alrededor ganas de vivir, padre de la sonrisa …”. Los testimonios no terminan. Y la mayoría son palabras de jóvenes a los que se entregó de lleno. Todos lo quieren, lo recuerdan por los pequeños gestos: la llamada por teléfono por el aniversario de cumpleaños, la guiñadita, el beso en la frente, el maranatha susurrado, las bromas con las llaves o el bastón. Tres son los lugares donde encontramos frecuentemente al P. Vladimiro.

La calle, que durante años recorrió con su bicicleta, pero que siempre fue lugar de encuentro, de saludo, de las puertas que se le abren para dar una palabra de aliento a un enfermo, a un pobre, a ése que sufre en el alma, y… ¿por qué no? del encuentro amistoso detrás del clásico “capuchino”. Es también el lugar donde encuentra al niño pobre, y aquí le salía espontáneamente la frase de Murialdo, “pobres y abandonados, cuanto más pobres y abandonados, tanto más…”.

El confesionario. La Iglesia, pero dentro de la Iglesia, ese lugar especial, que cuando el P. Vladimiro entraba, se formaban filas de gente, jóvenes sobre todo, en busca del perdón y de una palabra de consuelo, con esa “mirada transparente, tierna y sincera que intuia los problemas antes que se los contaran”. Era casi instintivo para él, entrar en la Iglesia y ocupar ese lugar, – y recordamos de nuevo ese escrito de Murialdo, “entro en el Templo…, avanzo unos pasos y veo el tribunal sagrado donde me devolviste por primera vez la pureza y la paz del corazón, en mi infancia…”. P. Vladimiro vivía esta experiencia cada vez que un joven se acercaba para encontrar el perdón del Señor.

El patio. A pocos pasos de la Iglesia está el patio del Colegio lleno de chicos. Es irresistible para el P. Vlady. Los gritos, el recreo, los juegos. Y él se acerca con su bastón, amenazando una zancadilla, sonríe, los chicos dejan sus juegos y corren a besarle en la frente. No hacen falta palabras, los gestos valen más. Es feliz.

La vida del P. Vladimiro en Mendoza, que desde que lleg6 fue su tierra amada, está unida particularmente a un amplísimo número de jóvenes del Movimiento Juvenil Peregrinos fundado por el Josefino P. José Manzano y el Franciscano P. Alberto Amerí, sin embargo al P. Vlady le tocó darle forma y consolidarlo; ellos, los Peregrinos, están allí en la Iglesia donde se vela su cuerpo y elevan cantos: los mismos que usan en los Oasis, lugar que ha servido de encuentro con Dios para millares de jóvenes, siempre animados hasta lo último por P. Vlady. Ahora se acercan a la comunidad llorando su ausencia y buscando el lugar donde vivió el que fue un padre para todos.

Como fruto de su labor pastoral y educativa recibió distintos reconocimientos que manifiestan el empeño de su servicio y entrega a la comunidad. La Legislatura Provincial de Mendoza lo distinguió como “Educador Ilustre”, por su amplia labor educativa a favor de niños y jóvenes, en el año 2006. Además en el 2010 recibió la distinción “Domingo Faustino Sarmiento” de parte del Senado de la nación por su obra destinada a mejorar la calidad de vida de sus semejantes.

El Obispo auxiliar de Mendoza que presidió los funerales, dice en su homilía: “Damos graciaspor tu persona, por tu sacerdocio, por el modo como viviste el carisma de San Leonardo Murialdo, por tu amor puro y sincero a tantos jóvenes muchos de ellos hoy hombres y mujeres adultos, que siguen reconociéndote como padre, amigo, compañero de la vida”. Otros sacerdotes, de los muchos que participaron en su funeral, manifiestan que le deben a él haber despertado su vocación, con su estilo, con la palabra justa, con el acompañamiento.

El secreto del P. Vlady: la atención personalizada, predicar con el testimonio de la vida, con el ejemplo. A quien le pregunta si es feliz con su vocación, contesta: “soy el hombre más feliz del mundo porque pude seguir mi vocación”.

Los diarios locales y las redes sociales explotan en historias y anécdotas del P. Vlady. La palabra “santo”, se escucha en baja voz, referida a P. Vladimiro. Voces autori- zadas sugieren prestar atención, porque nunca se sabe si un día la Iglesia… Ahora la palabra “gracias”, sale de todos nosotros hacia el Señor por el don que nos ha hecho con el P. Vladimiro.

 

P. Pablo Cestonaro, csj

Superior Provincial

Fr. Umberto Lovato

Fratel UMBERTO LOVATO

* Sarego (VI), 4 settembre 1928

† Roma, 29 agosto 2012

 

OMELIA NEL FUNERALE

Siamo qui come comunità e come chiesa a dare il saluto cristiano al nostro fratello Umberto.

Siamo qui ad illuminare il mistero della vita con il senso che le ha dato Gesù Cristo, vivendo e morendo con noi e per noi, e dando così alla vita e alla morte un senso nuovo, forse l’unico possibile.

Siamo qui ad affidare alle braccia misericordiose del Padre un fratello che la vita l’ha consegnata a Dio, per il servizio del Regno nella nostra Congregazione fin dalla giovinezza e anche a ricordare questa sua vita donata per tenerne vivo il ricordo.

Il recente Capitolo Generale XXII ci ricorda che è importante per noi tenere vivo l’e- sempio e la memoria dei nostri confratelli e delle loro particolari virtù.

Ognuno di noi porta nella sua umanità le tracce della sua fragilità, ma ognuno, pur con i suoi limiti, porta alla Congregazione un dono speciale, che può diventare un esem- pio: questo è il senso della memoria affettuosa ed impegnativa che noi vogliamo fare dei fratelli che ci lasciano.

Fratel Umberto è tornato alla casa del Padre mercoledì 29 agosto.

Singolare coincidenza: il mercoledì è il giorno dedicato a onorare il Nostro Santo Patrono, San Giuseppe: di San Giuseppe fratel Umberto è stato un fervente devoto e anche un appassionato scrittore, impegnato a far conoscere la sua santità e a diffondere la sua devozione.

Fratel Umberto era nato a Meledo di Sarego il 4 settembre 1928.

Il suo percorso formativo lo vede a Montecchio per gli studi medi, a Vigone per il Noviziato, a Ponte di Piave per gli studi filosofici, a Padova – Camerini Rossi per il Magistero. La professione perpetua la emette a Oderzo nel 1951. Poi studia teologia a Viterbo.

Decide di essere fratello religioso, dedicando tutte le sue energie intellettuali e mora- li all’educazione dei ragazzi, soprattutto attraverso la scuola: dal 1955 al 1997 sono 42 anni dedicati all’insegnamento!

Ad illustrare la sua azione educativa basti un’espressione di p. Luigi Pierini: “[…] mi unisco al ringraziamento corale e sincero dei tuoi alunni, delle loro famiglie […] per l’instancabile impegno che hai dimostrato nell’insegnamento e nella formazione inte- grale dei tuoi ragazzi. […] Il Signore ti ha già fatto toccare con mano, in diverse occa- sioni, i buoni frutti della tua azione educativa, che si sono manifestati attraverso segni concreti di riconoscenza e di affetto”.

Campi del suo lavoro sono state le scuole di S.Marinella, Roma Pio X, Montecatini, il Villaggio del Fanciullo di Viterbo, il Seminario di S.Giuseppe Vesuviano e, soprattutto, l’Istituto Leonardo Murialdo di Albano, dal 1967 al 1973 prima, e, quindi, dal 1979 al 1997.

In quell’anno è passato in Casa Generalizia, chiamato dal Superiore Generale che intendeva così “valorizzare al meglio” la sua preparazione culturale e le sue doti, al servi- zio della Congregazione nel Centro Studi San Giuseppe, nel Centro Studi Storici, nel pro- getto della Cronistoria della Congregazione e in varie ricerche di archivio, “come supporto ai lavori del consiglio generale”. È, infatti, questo degli “studi giuseppini”, l’altro aspetto del suo impegno culturale, affrontato con competenza e passione.

La malattia ha a poco a poco minato la sua attività: nel febbraio del 2007 ha dovuto essere ricoverato presso la Casa del Clero San Gaetano e qui ha vissuto gli ultimi anni, amorevolmente assistito dalle suore e dal personale della casa – che vogliamo ringraziare di cuore – e visitato quasi quotidianamente dal nostro direttore di casa generalizia p. Guido Bassanello, che ci ha dato un esempio di umanità e di dedizione umile e generosa ai con- fratelli ammalati.

Ecco la vita di fratel Umberto: umile e generosa anch’essa.

Direi che nel suo tracciato esistenziale possiamo rilevare tre percorsi che ci aiutano a comprendere e vivere la nostra vocazione e la nostra vita.

Il primo è la sua passione e il suo impegno di educatore.

Tra noi lo abbiamo sempre chiamato con rispetto e anche a volte scherzosamente “il professore”, perché così lo hanno sempre chiamato i suoi numerosi alunni, con i quali però l’essere professore non gli impediva di essere amico, fratello e padre, come ogni giusep- pino sa essere.

Per essere così bisogna guardare con simpatia e con fiducia ai giovani, vivere quel- lo che il Capitolo Generale appena celebrato chiede a tutti noi: “Con gioia constatiamo le immense capacità di vita che sono nascoste nel cuore dei giovani di oggi, molti di loro maturano umanamente e cristianamente la loro vocazione in mezzo ad una società che presenta loro sfide impegnative. Ci riempie di speranza scoprire in essi il riflesso della bontà di Dio” (Capitolo Generale XXII 3).

Fratel Umberto, che ha partecipato a molti capitoli generali, queste cose le sapeva e, soprattutto le viveva, anche se queste parole non le ha scritte lui!

Il secondo percorso è quello dello studioso appassionato delle cose della Congregazione, della nostra storia e soprattutto di San Giuseppe.

Il nostro Capitolo Generale a più riprese ci parla di San Giuseppe, nostro patrono e nostro modello di pedagogia e di spiritualità.

Come Giuseppe ha dato la vita per il Figlio che gli era stato dato e l’ha condivisa con lui, così noi siamo chiamati a “condividere la vita, le gioie e le sofferenze dei giovani, viven- do tra loro come amici, fratelli e padri, creando con essi un clima di fiducia e di ottimismo, affinché l’azione educativa sia efficace”. Come San Giuseppe e imitando il suo spirito di fede anche noi siamo chiamati “a contemplare con umiltà il maestro, nella ricerca fiducio- sa e costante dei disegni di Dio” (Capitolo Generale XXII, 10).

Il terzo percorso, il più misterioso, che segna gli ultimi anni della sua vita segnati dalla malattia. È quello direi del “testimone”.

Ci sono momenti della vita in cui non fai più quello che hai sempre fatto, in cui le circostanze e le situazioni ti rendono mistero a te stesso, forse, e agli altri.

Sei, in questi momenti, soprattutto testimone, anche muto, del mistero della vita e del fatto che essa avvolge e si avvolge in fili interiori e complessi, di cui solo Dio conosce la trama.

Essere testimone di tutto questo, però, è un dono per tutti coloro che ti accostano e ti vedono magari sereno, accogliente e sorridente, perché li fa crescere nella fede, nell’a- more e nella sensibilità all’infinito e alle cose di Dio.

Vorrei aggiungere una cosa.

Il nostro Capitolo Generale recente scrive: “Nella varietà delle vocazioni, riteniamo doveroso proporre ai giovani l’ideale del religioso fratello, suggerendo anche cammini formativi che ne presentino l’identità” (Capitolo Generale XXII, 78).

Ebbene, credo che fratel Umberto sia stato un esempio vivente di religioso fra- tello.

E, oltre che nella vita, l’aveva chiara anche nella mente l’identità del religioso fratello.

In una lettera indirizzata alla provincia nell’ottobre 1968, egli scrive: “Il confratel- lo coadiutore giuseppino deve essere eminentemente un educatore. Si possono tollerare talvolta confratelli sprovvisti di cultura, ma mai sprovvisti di doti umane. E si tenga pre- sente che più il coadiutore sarà completo anche umanamente, maggiormente coopererà all’avvento del Regno di Dio, realizzandolo prima in sé poi negli altri. (…) Il coadiuto- re giuseppino partecipi a tutte le opere caritative della Congregazione. Non si è fatto religioso unicamente per la sua santificazione, ma anche per quella degli altri. Per un giuseppino le opere caritative sono soprattutto quelle inerenti all’educazione dei giova- ni. (…) La ricerca delle vocazioni si faccia, per così esprimerci “globalmente”: si pre- senti innanzi tutto la vita religiosa in tutte le sue attrattive spirituali (e umane!) e poi, in un secondo momento, si accenni alle diverse mansioni che spettano ad un sacerdote o a un coadiutore. Si insista di più su ciò che hanno in comune che su ciò che hanno di diver- so” (lettera a P. Giocondo Sartori, del 22/10/1968).

Siccome il Signore, provvidenzialmente, ci parla ogni giorno attraverso i fatti della vita e attraverso la Sua Parola, abbiamo letto in questa celebrazione le letture di questo giorno liturgico, venerdì della XXI settimana.

Ci parlano di un’unica sapienza, quella vera, che sta nella croce del Signore Gesù, di fronte cui ogni altra cosa diventa stoltezza.

A questa sapienza il nostro fratello Umberto ha affidato la sua vita, a questa sapien- za la affidiamo noi.

E con fedeltà ha custodito accesa, fino alla fine, la sua lampada, come le vergini pru- denti del brano evangelico. Perché la vita, fra chiarori ed ombre, è un’attesa della luce definitiva.

Ma ogni nostro giorno vi sono bagliori di Eternità da far risplendere e con cui illu- minare i nostri cammini.

Ci vuole olio nella lampada.

L’olio della fedeltà, della giustizia, della misericordia, che sono, come ci diceva il Vangelo di qualche giorno fa, “le prescrizioni più gravi della legge” (Mt 23,23), per una religione vera e non formale, per una dedizione autentica e non parziale o finta.

Al nostro fratello questo olio non è mancato.

Non manchi neppure a noi. Per la grazia di Dio e per l’intercessione dei nostri santi e dei nostri confratelli defunti.

Metti olio nella nostra lampada, Signore, per una congregazione rinnovata spiri- tualmente e fedele al carisma che ci hai dato in dono.

Amen.

Roma, 31 agosto 2012

 

p. Mario Aldegani

Padre Generale

P. Egisto Crociani

P. EGISTO CROCIANI BATANI

* Bagno di Romagna (Italia) 2 settembre 1919

† Archidona (Ecuador) 23 luglio 2012

 

Damos gracias al Padre por la vida de nuestro querido Padre Egisto que, a la una de la mañana de ayer, entregaba su alma al Señor en el Centro de Reposo de Archidona. Se nos ha ido el veterano de la Provincia, un misionero entregado amorosamente al servicio de la misión de Cristo en la Congregación de los Padres Josefinos.

La vida de todo cristiano es una llamada que nos hace Jesús a seguirle, en medio de los gozos y pesares de la vida. Cada uno la concreta de una manera personal y va respon- diendo a ella ayudado por la gracia de Dios, que nunca nos abandona.

El P. Egisto nació el año 1919 en Bagno di Romagna-Forlì (Italia). Su vocación cris- tiana se concretó con su ingreso en la Congregación. A los 11 años, se trasladó a la Escuela Apostólica Montecchio Maggiore y luego a Ponte di Piave. El Noviciado lo realizará en el año 1935 en Vigone. Vino a la Misión de Napo en 1938. Hizo los votos Perpetuos en Tena. Fue ordenado sacerdote en Ambato, el 15 de agosto de 1944. Fue provincial en Argentina-Chile desde 1958 hasta 1964. Desde 1974 hasta 1970, fue consejero general. Fue provincial en Ecuador desde 1970 hasta 1973.

Los que le tuvieron como formador dan fe que fue un “gran profesor”, un experto jurista en el Derecho Canónico de la Iglesia y en el de la Congregación. Además de buen profesor, fue un “excelente misionero”, que se distinguió en su predicación por la claridad en las Doctrinas y Práticas de Misión.

No puede ser tan claro que con su muerte se haya acabado todo. Porque el P. Egisto ha vivido con amor, con fidelidad, con rectitud, con dolor, con entrega. Y todo eso, toda su vida, no puede ir a parar al vacío de la intranscendencia más absoluta. Estamos hechos para compartir la vida de Dios aquí y más allá de nuestra muerte. Todas las relaciones que tejemos a lo largo de nuestra vida – relaciones de respeto, de confianza, de amistad, de afecto – todo eso no puede morir ni desaparecer porque, mediante todas esas relaciones, participamos ya en el amor de Dios, que es la vida. Creemos que, al morir, la persona no cae en el abismo del absurdo, sino en el abismo de Dios. Jesús nos dice que somos servi- dores. Nuestro servicio a Cristo, evangelizador de los pobres, se lleva a cabo sirviendo a nuestros hermanos: “Dichosos los criados a quienes el Señor, al llegar, los encuentre en vela: os aseguro que se ceñirá, los hará sentar a la mesa y los irá sirviendo”.

A esta mesa del Padre, ya ha sido invitado definitivamente nuestro hermano Egisto, sacerdote y misionero Josefino. Al corazón del Padre, que prepara y sirve a esa mesa, encomendamos a nuestro hermano. Y queremos que en la muerte de nuestro hermano Dios sea glorificado y servido. Démosle, pues, gracias por su larga vida entre nosotros, 93 años. Pidamos al Padre que nada de todo el bien que hizo en su vida el P. Egisto se pierda.

Hoy se convierten en realidad las palabras del libro de la Sabiduría (3,1-6): “la vida de los justos está en manos de Dios”. “Los que confían en él comprenderán la verdad, los fieles a su amor seguirán a su lado”. Sintámonos llamados, también, a orar, a manifestar a Dios nuestro deseo y nuestra esperanza para que el P. Egisto pueda entrar, liberado de toda culpa, en la luz gozosa de su Reino, en la casa del Padre; porque este Dios “quiere a sus devotos, se apiada de ellos y mira por sus elegidos” (Sab.3,9).

Hace tres años fue llevado a nuestra Casa de reposo en Archidona, en donde se encuentran tres misioneros ancianos. Es allí en donde el Señor llamó a su siervo fiel a gozar de su Presencia por toda la eternidad. Había venido para ser misionero y pudo morir en su amada Misión, en la madrugada del 23 de julio, ya para cumplir 93 años de edad.

Lo que más impresiona en su vida espiritual y que a todos nos puede servir de ejemplo es que P. Egisto nunca dejó su Santa Misa diaria, también en este último tiempo de su vida cuando su vista la estaba perdiendo, solicitaba a algún sacerdote que presidiera por él y así poder concelebrar. Igualmente tenía a su lado el libro de la Liturgia de la Horas y demostraba su amor a María Santísima con el rezo del santo Rosario cada día.

Ante la muerte de un familiar, amigo, conocido, religioso, sacerdote, de alguien que apreciamos… Surge con frecuencia en nosotros una pregunta sobre el valor y el sentido de la vida. ¿Para qué?, ¿para qué vivimos? ¿por qué tenemos que morir?. La vida humana, es algo así como una vela: una Vela Encendida. Una vela encendida de luz, alumbra y da calor. La vela es para alumbrar, iluminar alrededor y al mismo tiempo da calor. Esto mismo lo podemos aplicar a P. Egisto, una vela que se fue consumiendo, se fue gastando, se fue apagando, se fue derritiendo y “muriendo”. Y así en ese consumirse poco a poco fue cumpliendo una tarea importante y necesaria.

Todos sabemos que la vida humana es un camino que hay que recorrer y llegar a la meta. Resulta curioso y extraño, al mismo tiempo, que a todos nos suceda lo mismo: a nadie le gusta llegar al final de la vida, a la meta. La gran ilusión cuando emprendemos un viaje es llegar al destino cuanto antes; si salimos a la montaña la ilusión es llegar a la cima; si se trata de una carrera todos quieren llegar primeros a la meta. Algo nos pasa en la vida que nadie queremos llegar a la meta. Preferimos que el camino sea lo más largo posible y que la muerte esté lo más lejana posible.

Cuando nacemos, venimos a la vida para un destino de eternidad, y morir es ir al encuentro de la realización de ese destino con toda la dignidad del ejercicio de la libertad que se nos da para agradar a Dios y santificar su nombre en la vida y en la muerte. En la resurrección de Cristo se nos garantiza la vida y en su muerte se nos asegura la proximidad fiel de Dios al dolor y a la muerte, notas de nuestra condición de peregrinos hacia la ciudadanía de los santos. La persona muere sola, pero quien muere en Dios Padre, sabe que será acogido en sus brazos como le aconteció a Jesús.

Quiero terminar, agradeciendo a Dios por haber dado a Nuestra Congregación y en especial a Nuestra Provincia un insigne Misionero y a todos los que hemos convivido con él un grato compañero de viaje. Que Dios nuestro Padre nos conceda a cuantos acompañamos a P. Egisto en su tránsito a la vida eterna, el consuelo de la esperanza en su salvación. A su familia a sus hermanos de Congregación, a los sacerdotes y a los muchos amigos, que hemos gozado del generoso servicio de nuestro hermano, nos otorgue renovar y perseverar en el servicio de Jesucristo y de su Iglesia, siendo cada vez más fieles a nues- tra vocación en Señor Resucitado.

Ahora que él ha vuelto a la Casa del Padre, le pedimos que abogue por nosotros y obtenga numerosas vocaciones a la vida religiosa y sacerdotal que llenen el vacío que él ha dejado.

 

P. Hugo Sánchez, csj

Superior Provincial

Fr. Bruno de Santi

Fr. BRUNO DE SANTI

* Pinerolo, Italy  October 16, 1924

† San Pedro, California  June 22, 2012

 

 

The first time I met Fr. Bruno in November 2006 in the courtyard of St. Peter Parish in San Pedro (CA) in the midst of his youths of the Nadino group, I immediately thought that I too would have liked to age that way, as a true “Josephan” in the midst of youths. Without any concern for his advanced age, he had decided to create a “sign” of dedication to youths opening some kind of parish youth center. And so several days a week he committed personally to stay with youths and cooperate with their families to help their children grow in Christian life through the method of “play, learn, and pray”. Naturally, in old age one can only give the gifts that have been cultivated during one’s whole life. And Fr. Bruno had forever cultivated faithfully his Josephan identity, a gift he had generously sown in different parts of the world.

His life began in Pinerolo (Torino) on October 16, 1924. From his family he received the essential traits of a Christian education, marked by a serene and determined temperament. Following high school in the Istituto San Giuseppe of Rivoli (Torino), he made his novitiate in Vigone (Torino) in 1940-41. Notwithstanding World War II, he was able to complete philosophical studies between Sommariva Bosco (1941-42) and Ponte di Piave (1942-44). Following his internship in Rivoli (1944-47), he made perpetual vows and did his theological studies in Viterbo (1947-51), realizing his dream of becoming a Josephan priest on March 10, 1951.

His priestly and Josephan ministry was directed by the Congregation to Latin America. With other confreres with a true missionary spirit, he landed in Argentina and, following a brief period of adaptation, was sent to Requinoa, Chile, where he remained from 1951 to 1957. His first activity was in the school that was just starting where he taught and was also in charge of formation activities. From 1957 to 1964 he was director of the Murialdo school in Santiago where he manifested his talents of administrator and was active in finding benefactors in order to develop the Institute both in terms of physical structures and quality education. From 1964 to 1967 he was appointed superior of the Argentina-Chile province: he placed himself at the service of the confreres, sustaining them in the midst of the complexities of growth and development of the apostolic activities.

At the end to the three year term, he was asked to be the superior of the USA Viceprovince and, even in the midst of the difficulty of learning the English language, gave his all to the confreres and the communities for six years (1967-1973). He was then asked to take for one year the role of novice director in Avon (Ohio) in order to accompany the youths that open to the dream of joining the Congregation. Nevertheless, the desire of immerse himself in the pastoral activities at the service of people, youths, and families brought him to San Pedro (California) as director and pastor (1974-1983). He gave all of himself to the pastoral work which he found congenial to his open and active temperament, able to create trusting, serene, and positive relationships. During this time, the Congregation gave him once more the responsibility of superior of the USA Vice-province (1979-1982). Following a renewed brief time as novice director (1983- 84), Fr. Bruno transferred to Los Angeles to work with the most needy and emarginated youths in the new community of Casa Nazareth (1984-1988). It consisted of a pro- gram of rehabilitation for difficult youths, expelled from public schools for violence and crimes connected with gangs. It was a difficult work in which he gave himself with generosity even though it challenged his educational skills. In 1988 he was assigned to his dear community of San Pedro toward which he had always felt a special affection and belonging. With great pastoral and educational zeal he spent himself till the very end to create a “big family” where children, youths, and adults could find welcome: youth center, Nadino group, parish choir, Legion of Mary, Apostolic Mothers, the sick, the elder- ly. People alone, young people with problems and… many families who approached him in times of need and difficulty. Way beyond the borders of the parish, many people were able to trust in his support, in a word of comfort and hope, in a call to look at life with hope and optimism. Not even the illness, only revealed around Easter 2012, was able to extinguish his serene optimism, his clear and active look, his encouraging smile, his desire not be served but to serve. And the good Lord has given him the final invitation: “Well done, my good and faithful servant. Since you were faithful in small matters, I will give you great responsibilities. Come, share your master’s joy”(Mt 25,21). And the humble Josephan servant one more time pronounced his simple and radical “yes” to follow to the very end the will of God.

I would like to focalize the life of Fr. Bruno in three simple pictures: the first is certainly that of Fr. Bruno in the midst of his young people. In him we can find the invitation to “sanctify ourselves by being with youths”. Fr. Bruno considered “his” youths as his family. Not only because with the children one also encounters the families, but because he was able to build family: he called them by name, constantly invented interesting educational activities, mixed serious and formational moments with interesting and fun things, tried to understand their language through movies, music, internet, obstinately attempting to shorten as much as possible the distance from them. And at his venerable age he had made of the Summer Camp a time of involvement of the whole parish, transformed into an educational community taking care together of their children.

The second picture to remember is Fr. Bruno alone in the chapel, praying before the Eucharist, in silence and recollection. Fr. Bruno had learned a long time ago to build his spirituality on a few fundamental things: prayer, the rosary, the Eucharist, the sacrament of reconciliation. Not many other things were necessary to encounter God. It could happen to find him in the small chapel of the religious community at any time of the day and the myriads of activities in which he was daily involved could never take him away from the essential: his love for Jesus Christ. The sacraments were the signs through which the grace of God could reach anyone who would choose to open his heart to him. As a good priest, he knew how to be the mediator.

The third picture is Fr. Bruno passionate witness of the Josephan vocation. He was able to inspire vocations that is, to accompany young people in their vocational discernment, to foster support and help for the seminarians through the Apostolic Mothers, but, especially, to discover in the heart of youths the spark of generosity for following Jesus Christ in a radical way. From here came the confidence of his confreres in entrusting him young people with a vocational interest. And in the Josephan vocations he was able to dis- cern the future, declaring and supporting the availability of the San Pedro community to be a center for the young postulants that cultivate in their heart the dream of joining the Congregation.

Following the funeral Mass in San Pedro on June 27, 2012, presided over by Bishop Oscar Solis, Regional Vicar of the Cardinal of Los Angeles, and concelebrated by Fr. Mario Cailotto, vicar of the US-Mexico Vice-province and the confreres of the surrounding communities, Fr. Bruno was buried next to Fr. Claudio De Agostini in the Green Hills Cemetery, in a tomb chosen and attentively predisposed by him.

 


 

La primera vez que encontré a p. Bruno en el noviembre del 2006 en el patio de la Iglesia de San Pedro en medio de sus chicos del grupo Nadino, he inmediatamente pensado que también yo quisiera envejecer así, como un verdadero “josefino” en medio de los muchachos. Sin dudas por su venerable edad, había decidido en el año2000 crear un “signo” de dedicación a los muchachos y a los jóvenes organizando el oratorio parroquial. Y algunos días de la semana comenzó a comprometerse para estar de persona y colaborar con las familias para hacer crecer cristianamente a los propios hijos a través del “jugar, aprender y rezar”. Obviamente con la edad avanzada se puede dar sólo los dones que uno ha cultivado por toda la vida. Y p. Bruno desde siempre había cultivado con fidelidad su ser “josefino”, un don que había generosamente sembrado en varias partes del mundo.

Su vida comenzó en Pinerolo (Turín – Italia) el 16 octubre 1924. Había recibido en familia las orientaciones esenciales de una educación cristiana, templada por el carácter sereno, volitivo y determinado. Frecuentó la escuela superior en el Instituto San José de Rivoli (Turín), y entró en el noviciado en Vigone (Turín) en el 1940-1941. En un tiempo difícil a causa de la Segunda Guerra Mundial, finalizó sin embargo los estudios de Filosofía entre Sommariva Bosco (1941-42) y Ponte di Piave (1942-44). Al final del período de tirocinio en Rivoli (1944- 1947), hizo la profesión perpetua y entonces pasó en la sede teológica de Viterbo (desde el 1947 hasta el 1951), para realizar el sueño de convertirse en sacerdote josefino el 10 marzo 1951.

Su ministerio sacerdotal y josefino fue inmediatamente orientado al servicio en los países de América Latina donde la congregación lo envió para actuar. Junto con otros josefinos, auténticos misioneros, desembarcó en Argentina y después de algunos meses de ambientación, inmediatamente fue enviado en Requínoa en Chile donde quedó desde el 1951 hasta el 1957. Su primera ocupación fue la recién inaugurada escuela, donde actuó como maestro y entusiasta animador de cuanto se podía hacer en ventaja de la formación de los jóvenes. Desde el 1957 al 1964 pasó en Santiago, capital de Chile, donde asumió la responsabilidad de la escuela del Liceo Murialdo y se reveló hábil adminis- trador y atento buscador de recursos y de bienhechores para desarrollar el Instituto no sólo desde el punto de vista de las estructuras sino también de una educación de calidad. Desde el 1964 al 1967 fue superior provincial de Argentina/Chile y se acercó a todos los hermanos sosteniéndolos en medio de la complejidad de crecimiento y de desarrollo de las obras apostólicas.

Al final del trienio, los superiores de la congregación le pidieron que pasara como provincial en la vice-provincia Usa y aún con la dificultad del aprendizaje del idioma inglés, se comprometió con entusiasmo para animar las comunidades y los hermanos de USA durante un sexenio completo (1967-1973). Le fue pedido entonces asumir por un año el encargo de p. maestro en el noviciado de Avon (1973), para acompañar a los jóvenes que discernían el sueño de ser josefinos. Pero el deseo de sumergirse en las activi- dades pastorales en servicio de la gente, de los jóvenes, de las familias lo llevó a trasladarse en San Pedro (California) para desarrollar la labor de director y párroco (1974-1983). Fue totalmente disponible en la labor pastoral que era congenial a su carácter abierto y emprendedor, capaz de crear relaciones confiadas, serenas y optimistas. Pero la congregación lo apartó una vez más de aquello que él amaba hacer y por dos años (1980-1982) le confió nuevamente la responsabilidad de superior provincial de USA. Después de otro año de servicio en el noviciado (1983-1984), regresó con los jóvenes más necesitados y marginados en la experiencia de Casa Nazaret en Los Ángeles (1984-1988). Se trataba de un programa de rehabilitación para jóvenes difíciles, expulsados por las escuelas públicas por crimines o violencias relacionadas con las “gangs”. Una labor dura en la que se desempeñó con generosidad. La experiencia puso a dura prueba sus capacidades educativas y prefirió regresar en la querida comunidad de San Pedro hacia la cual siempre había sentido un afecto ye una sintonía particular. Con grande generosidad pastoral y educativa se entregó hasta el momento presente para crear una “gran familia” donde los chicos, los jóvenes y los adultos pudieran ser acogidos: oratorio, grupo Nadino, coro parroquial, Legión de María, Mamas Apostólicas, enfermos, ancianos, personas solas, jóvenes con problemas y muchas familias que a él se han dirigido en momentos de necesidad y de problemas. Más allá de los límites de la Parroquia de San Pedro, muchas personas han podido confiar en su apoyo, en su palabra de consuelo y de esperanza, en un estímulo para ver la vida con esperanza y optimismo. Tampoco la enfermedad, descubierta sólo más o menos en la Pascua del 2012, alcanzó a apagar su sereno optimismo, su mirada clara y concreta, su sonrisa estimu- lante, su ansia de no ser servido sino de servir. Y el buen Dios le ha dirigido a él la invi- tación definitiva “Ven, siervo bueno y fiel, has sido fiel en lo poco, serás servidor en lo mucho” (Mt 25,21). Y el humilde servidor “josefino” todavía una vez ha declarado su “sí” simple y radical, para seguir hasta el final la voluntad de Dios.

Querría enfocar el ejemplo de vida de p. Bruno en tres pequeños cuadros: el primero es ciertamente p. Bruno en medio de sus muchachos. En él se puede ver la invitación a “santificarse estando con los muchachos”. P. Bruno consideraba sus muchachos como la propia familia. No sólo porque alrededor de los chicos hay siempre las fami- lias, sino porque sabía “construir” familia: los llamaba por nombre, inventaba siempre itinerarios educativos interesantes, alternaba algo serio y formativo con algo divertido e entretenido, trataba entender el lenguaje de los muchachos por medio de películas, música, internet, intentando porfiadamente achicar lo más posible las distancias con ellos. Y a su venerable edad, había hecho de las actividades del “Verano de los muchachos” un tiempo de fuerte participación de toda la parroquia que como comunidad educativa asume el cuidado de los propios hijos.

El segundo cuadro que hay que recordar es el p. Bruno sólo en la capilla rezando delante de la Eucaristía, en silencio y recogimiento. P. Bruno había comprendido desde siempre a fijar su espiritualidad en pocas cosas fundamentales: la oración, el rosario, la Eucaristía, el sacramento de la confesión. No servían muchas cosas para encontrar a Dios. En cualquier hora del día, podía suceder verlo en la pequeña capilla de la comunidad religiosa, y las miles de actividades que cotidianamente recorría, no podían jamás desviarlo de aquello que era esencial: su amor por Jesucristo. Los sacramentos eran los signos a tra- vés de los cuales la gracia de Dios podía llegar a cualquiera quisiera abrirle el corazón. Él sabía, como buen sacerdote, ser el mediador.

El tercer cuadro es el p. Bruno apasionado de la vocación josefina. Sabía ser anima- dor de las vocaciones, es decir capaz de acompañar los jóvenes en el discernimiento vocacional, conseguir apoyo y sustento para los seminaristas a través de las Mamas apostólicas, y sobretodo acoger e intuir si en el corazón de los jóvenes había la chispa de la generosidad para seguir verdaderamente a Jesucristo. Por eso que los hermanos tenía con- fianza en él para entregarle jóvenes en quienes percibían inquietud vocacional. Y en las jóvenes vocaciones josefinas ha sabido leer el futuro declarando y sosteniendo la disponi- bilidad de la comunidad de San Pedro para ser sede de acogida para los jóvenes postulantes que tienen en el corazón el sueño de ser josefinos.

Después de la celebración en la Iglesia de San Pedro el 27 junio 2012, presidida por Monseñor Oscar Solis, Vicario Regional del Cardenal de Los Ángeles, en la que han concelebrado el p. Mario Cailotto, vicario de la provincia VP UM y los cohermanos de las comunidades cercanas, el p. Bruno ha sido sepultado el mismo día en una tumba al lado de la de p. Claudio De Agostini en el cementerio de Green Hills, un lóculo escogido por él mismo y cuidadosamente predispuesto.

P. Giuseppe Rainone

Superior Provincial UM

 

 

“Hay una frase que dice: “Camina, sirve y deja huellas” p. Bruno hizo un largo camino, sirvió a Dios y al prójimo y dejó huellas de virtudes humanas y cristianas y es por eso que será recordado, no olvidando que la bondad de una persona es la primera que se recuerda y la última que se olvida.

La figura y el recuerdo de P. Bruno están fijos en quienes lo han conocido”.

(da una testimonianza di p. Dante Fontana)

P. Luis Tirado

P. LUIS TIRADO

* Ambato (Ecuador) 4 de Octubre de 1930

† Rosario de la Frontera (Argentina) 11 de Junio de 2012

 

La tarde del lunes 11 de junio de 2012, el Señor ha llamado junto a si P. Luis Tirado, de la Comunidad de Rosario de la Frontera (Argentina), hospitalizado desde hacía unos días por un progresivo agravarse de su salud ya deteriorada.

Nació en Ambato (Ecuador) el 4 de octubre de 1930. Exalumno de la escuela Josefina “González Suárez”, vivió allí la primera etapa de su formación religiosa: postulantado y noviciado (1947-48), luego Filosofía y parte del Magisterio en Tena y Quito. Realizó su Profesión Perpetua en Ambato, el 15 de Agosto de 1954 y los estudios teológicos en Viterbo (Italia) donde fue ordenado sacerdote el 14 de Marzo de 1959.

Fue el primer exalumno ecuatoriano sacerdote. Al regresar a Ecuador entregó sus primeros años de ministerio como formador en el Seminario de Ambato, despues en San Gabriel y Salinas; director de la escuela de Archidona y luego párroco en El Chaco. Durante ocho años fue director de la radio “Voz del Napo” en Tena; ecónomo en Guayaquil; director en Babahoyo y Bogotá; director y párroco en La Magdalena en Quito; director y ecónomo en Guayaquil; nuevamente en Bogotá desde 1994, en Bogotá hasta 1999, cuando pasó a Valparaíso (Chile) y luego a Argentina: desde 1999 a 2003 en Rosario de la Frontera; 2003-2007 párroco en Villa Soldati y de 2007-2012, nuevamente a Rosario de la Frontera.

Su funeral, presidido por el Arzobispo de Salta, fue una impresionante manifestación de afecto y cercanía de toda la ciudad de Rosario. La gente y los alumnos de los colegios por donde pasaba el cortejo salían a la calle o lo acompañaban en procesión. Estos días he recogido emotivas palabras de muchas personas, entre otras:

“Fuiste un ejemplo como pel sacerdote por tu humildad, bondad, fortaleza, amor y servicio a los demás. Aún enfermo, estabas dispuesto a asistir a los que te necesitaban”.

“Fuiste un buen consejero, confesor y amigo, tenias siempre las pala bras justas para alentarnos”. “En tus bendiciones, encontrábamos la paz y la fuerza que necesitabamos para salir adelante en nuestra lucha cotidiana”.

P. Luis familiarizó rapidamente con la religiosidad popular de la gente de Rosario. Tuvo que enfrentar problemas de salud y algunas dificultades de relación a nivel familiar y comunitario. Por donde pasó, fue el hombre de las bendiciones: filas de niños, jóvenes, adultos que la pedían su bendición al finalizar la Eucaristía; leía en el rostro y en el corazón de las personas y transmitía la palabra de aliento.

Desde Colombia trajo la devoción al Divino Niño. No hay en Rosario un conductor de automvil que no tenga el “carnet del Divino Niño”, entregado por el P. Luis. La Virgen María estaba siempre presente en sus oraciones con el Rosario pendiente de sus manos. A ella pedía la lluvia para el campo: “Danos la lluvia” y esta forma sencilla era muy apreciada por la gente del campo a la que dedicó parte de su tiempo en las capillas donde fue siempre bien recibido.

P. Luis fue el hombre de la escucha. Oímos decir al parroco de la parroquia vecina: “Rosario ha perdido un oído, con la muerte de P. Luis”.

Los jóvenes se acercaban a él abriéndole su corazón y sus heridas: “Hablaba y llegaba”, dicen. A los ancianos los llamaba con el cariñoso apelativo de “papito” o “mami- ta”. Los niños dicen: “nos pedía que fuéramos buenos y que nos portáramos bien”.

Pero sobre todo lo recuerdan como un hombre de oración, atento a los enfermos, pobre con los pobres, campesino con los campesinos. En el funeral, el Arzobispo Mons. Mario lo recordó como “un gran sacerdote”. Este mandato lo había recibido también del Cardenal Bergoglio, Arzobispo de Buenos Aires, cuando al confiarle nuestra parroquia de Villa Soldati le expresó: “visita a las familias, especialmente en los momentos de preocu- pación y angustia. Ayuda, con la mayor caridad posible, a los enfermos, confortándolos y fortaleciéndolos con los sacramentos y lleva el consuelo ante el fallecimiento de un ser querido”. Todo esto lo cumplió hasta los últimos momentos cuando ya sentía que la muerte se le acercaba. Su último gesto fue una bendición que infundió fuerza. Ahora ha escu- chado las palabras de Jesús: “Ven, bendito de mi Padre”.

En el Diario de Salta, “El Tribuno”, un feligrés, al final de su artículo del 25 de junio de 2012, escribió: “Hermano ecuatoriano: gracias por ser un siervo fiel de Dios”.

P. Pablo Cestonaro

Superior Provincial

Fr. Paolo Darè

Fratel PAOLO DARÈ

* Spresiano (TV), 16 aprile 1928

† Conegliano (TV), 9 giugno 2012

 

Nella mattinata di sabato 9 giugno 2012 il Signore ha chiamato a sé il nostro fratello, fr. Paolo Daré. Era ricoverato da alcuni giorni all’Ospedale di Conegliano (TV) per problemi respiratori, cardiaci e renali, trasferitovi dalla Casa di Riposo Madonna di Lourdes di Conegliano, dove si trovava da qualche tempo.

Fratel Paolo era nato a Spresiano (TV) il 16 aprile 1928: aveva compiuto da poco gli 84 anni.

Aveva passato il periodo di postulato a Montecchio Maggiore (VI) ed aveva quindi iniziato l’esperienza del noviziato a Pinerolo (TO) il 21 settembre 1943.

Aveva fatto la prima professione il 25 marzo 1945 a Pinerolo e la professione perpe- tua a Rivoli (TO) il 5 ottobre 1950.

Ha dato la sua testimonianza di religioso giuseppino nell’ambito del lavoro, cui ha dedicato gran parte della sua vita. Fratel Paolo è stato a Pinerolo, all’Istituto Murialdo, dove ha iniziato il suo lavoro nella Tipografia Vescovile; quindi a Bergamo, presso l’allora Orfanotrofio Maschile, che fino alla fine degli anni sessanta gestiva una tipografia; dopo una breve parentesi a Treviso, assistente all’Istituto Turazza, arrivò a Roma in Via degli Etruschi 7, dapprima come collaboratore del direttore di allora, fratel Giuseppe Benetti, e quindi come direttore della Tipografia intitolata a San Pio X. Nel 2003 lasciò Roma per far parte della comunità di Oderzo (TV). Dal settembre 2011 era ospite della casa di riposo di Conegliano, in seguito a malattia.

I suoi funerali sono stati celebrati nella cappella del Collegio Brandolini di Oderzo e poi fratel Paolo è stato sepolto nella tomba di congregazione nel cimitero comunale di Oderzo.

Il suo esempio

Carissimi confratelli, cari parenti di fratel Paolo, collaboratori e amici dell’opera e della comunità Giuseppina di Oderzo, ci uniamo alla vostra preghiera in questa celebrazione eucaristica nella quale consegniamo nelle braccia del Padre il nostro confratello fratel Paolo Daré.

Anche noi confratelli, che stiamo partecipando al Capitolo Generale XXII che si sta svolgendo in Buenos Aires, Argentina, abbiamo pregato per questo nostro confratello appena abbiamo saputo della sua morte.

Quando si saluta una persona cara è del tutto normale che in noi sorgano sentimenti di ringraziamento, accanto al dolore per la perdita di un fratello, di un confratello, di un amico.

Consegniamo al Padre una vita fatta di tanto lavoro, specie nella conduzione di aziende tipografiche, prima a Pinerolo e poi a Roma, in via degli Etruschi, 7. Un lavoro che ha occupato gran parte della vita di fratel Paolo e che lo ha fatto conoscere in congregazione e anche fuori di essa.

Ma non è da dimenticare il tempo che fratel Paolo ha trascorso a Bergamo nell’allora orfanotrofio maschile. Ogni volta che ci incontravamo me lo ricordava come una bella stagione della sua vita, cercando anche di mettere insieme ancora qualche frase in bergamasco.

Studente a Roma, ebbi modo di condividere per un anno la vita in comunità con fratel Paolo. Lo ricordo puntuale al posto suo di lavoro in ufficio, il suo tratto gentile e signorile verso tutti, il modo discreto e disponibile con sui svolgeva il suo servizio di economo in comunità.

Ad Oderzo è rimasto pochi anni, dopo aver lasciato Roma; e certo non era più il fratel Paolo di una volta, specie quando la malattia cominciò a rendersi evidente nei suoi effetti devastanti.

L’ultima volta che l’ho visto è stato il 19 maggio scorso; essendo a Conegliano, presso la nostra comunità, mi è sembrato del tutto normale andare a trovare fratel Paolo. Ci siamo scambiati poche parole, ma mi è rimasto impresso il suo sorriso e, soprattutto, lasciatemelo dire, il suo stile nel vestire. È lo stile classico dei nostri fratelli religiosi: giacca, camicia, gilè e cravatta. Fratel Paolo me lo ricordo così, di giorno feriale e di giorno festivo; alla festa certo si metteva il vestito migliore e la cravatta più colorita.

Immagino che con il vestito della festa sia arrivato in paradiso per sentirsi dire: “Vieni, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore”. È quanto invoco per lui dal Padre.

Questo pensiero ci consola e ci apre alla fiducia e alla speranza, perché rende significativa e bella ogni stagione della vita di fratel Paolo, anche questo ultimo tratto segnato dalla malattia.

A lui affidiamo anche la nostra preghiera, perché il Signore mandi nuove vocazioni di fratelli religiosi alla nostra congregazione dei Giuseppini del Murialdo.

(lettera inviata dal superiore provinciale per i funerali di fratel Paolo)

p. Tullio Locatelli

superiore provinciale

Il direttore della Tipografia San Pio X

Ho conosciuto il signor Paolo Darè nel Gennaio 1991, quando mi fu presentato da mio padre (Mario Pomo), che lavorava da anni al reparto composizione della Scuola Tipografica S. Pio X. Cercava una persona da inserire nel reparto allestimento e così iniziò la mia collaborazione con lui.

Dopo circa un anno la segretaria andava in pensione e lui mi chiamò per un colloquio, dandomi tutta la sua fiducia e stima, e proponendomi di continuare il lavoro di amministrazione che aveva per molti anni svolto la signora Rosina in segreteria.

Ho lavorato al suo fianco per circa 10 anni e di lui ricordo tanti momenti; quello che sempre mi colpiva era trovarlo in ufficio in qualsiasi ora del giorno ad occuparsi dei problemi della Tipografia, accanto ai suoi collaboratori più stretti; lui mi diceva sempre che il suo primo pensiero erano gli operai e le loro famiglie e che non dormiva la notte per fare in modo che la “nostra Tipografia” si distinguesse dalle altre per la professionalità e la qualità dei lavori.

Abbiamo vissuto momenti belli, ma anche momenti difficili in ambito lavorativo e lui era sempre pronto a trovare una soluzione … diceva: «Abbiate fede e fiducia, il Signore vede e provvede e ricordiamoci che chi tira i fili non siamo noi, è il Signore da lassù; è lui che organizza le cose, noi non le conosciamo, ma quando ne saremo a conoscenza vedremo che il Signore ha fatto tutto per il nostro bene».

Per me è stato un maestro umile, un datore di lavoro generoso, onesto e presente; le sue parole piene d’affetto resteranno sempre nel mio cuore. Oggi voglio pensare che lassù, fra le nuvole bianche insieme ad altri colleghi che ci hanno lasciato, il signor Paolo è di nuovo il capo di una piccola Tipografia.

Ora il suo incarico durerà per l’eternità!

Alessandra Pomo

Segretaria Tipografia San Pio X

P. Giovanni Milone

P. GIOVANNI di Dio MILONE

* Torino, 7 gennaio 1932

† Torino, 13 aprile 2012

 

Padre Giovanni di Dio Milone della comunità degli Artigianelli di Torino, è morto improv- visamente, per arresto cardiaco nel giorno 13 aprile 2012. Nessun fatto o dolore aveva dato il motivo per temere una morte così immediata. I medici, subito chiamati appena p. Giovanni si è sentito male, non hanno potuto fare altro che prendere atto del decesso.

Le tappe della sua vita

Aveva 80 anni, essendo nato a Torino il 7 gennaio 1932.

Dopo il periodo di postulato vissuto a S. Stefano Belbo, era entrato in noviziato a Vigone nell’agosto del 1947, facendo la sua prima professione religiosa il 30 agosto del 1948.

Aveva compiuti gli studi superiori a Ponte di Piave e l’esperienza di tirocinio a Rivoli, a Sommariva, a S. Margherita Ligure: periodo concluso con la professione perpetua a Rivoli il 30 agosto 1954.

Iniziò quindi a Viterbo gli studi teologici, che dovette interromperli per motivi di salute nel 1956. Visse così un anno in comunità a Bergamo e, quindi, fino al 1962 a Cascine Vica (Torino). In questi anni fece l’insegnante e l’assistente. Qui conseguì la Laurea in Lettere, presso l’Università di Torino, avendo come controrelatore mons. Michele Pellegrino. Nello stesso anno 1962 ottenne il diploma di archivista presso l’Archivio di Stato di Torino, successivamente conseguì a Parigi il diploma di lingua francese, a Londra e a Roma due diplomi di lingua inglese.

Ripresi gli studi teologici, divenne sacerdote il 14 marzo 1964.

È vissuto a Roma in Casa Generalizia dal 1964 al 1980, in parte nella sede di Via Etruschi 7 e in parte in quella di Via della Fanella; quindi nella Casa Madre della Congregazione, gli Artigianelli di Torino, dove svolse anche, dal 1980, il compito di vice postulatore per la Causa di d. Eugenio Reffo.

Per parecchi anni fu redattore di Lettere Giuseppine, direttore e redattore del periodico Vita Giuseppina. Fu anche membro del consiglio direttivo a livello nazionale ed internazionale dell’ANSPI e dell’UGOPI.

Ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca storica sulla vita di san Leonardo e di d. Reffo e della Congregazione in genere.

Numerosi, ricchi ed approfonditi sono i suoi articoli di cronaca di molti avvenimenti della vita della Congregazione, in particolare le varie celebrazioni che hanno accompagnato il cammino del Fondatore verso la Gloria degli Altari e quelli di approfondimento scritti per l’Osservatore Romano. Tra questa produzione merita un ricordo specifico il Numero Unico, pubblicato in occasione della Canonizzazione, che è stato il punto di riferimento di molti studiosi che hanno voluto conoscere la figura e l’azione di san Leonardo.

I suoi studi su d. Reffo, poi, hanno fatto rivivere, raccolti nella pubblicazione critica – una miniera di notizie – delle Lettere Circolari ai Confratelli Giuseppini (1900-1924) [LEM 1988], la ricchezza dell’eredità spirituale lasciata dal Confondatore alla Congregazione.

Fece parte anche del nostro Centro Studi San Giuseppe e, come tale, fu un attivo ispiratore dei primi grandi Simposi Internazionali.

Le potenti pubblicazioni degli ATTI di tali incontri – nella Collana Studi e Ricerche su San Giuseppe – ne sono una eloquente testimonianza: sua è la nota introduttiva del I volume “San Giuseppe nei primi quindici secoli della Chiesa” (Roma 1970); come l’intervento – “Origine e primi sviluppi dell’Arciconfraternita di San Giuseppe dei fale- gnami di Roma” – tenuto nel II simposio che si è celebrato a Toledo nel 1976, con tema “San Giuseppe nel Rinascimento (1450-1600)”.

Nel suo nome un programma

Non so quanti fossero i confratelli che sapessero che p. Milone si chiamasse “Giovanni di Dio”. Al di là del riferimento al santo (la sua festa liturgica ricorre l’ 8 marzo) e oltre i motivi che non conosco della scelta di questo nome, esso mi pare indicativo per leggere una vita.

Siamo “di Dio” fin dal primo momento della nostra vita e a Lui apparteniamo perché da Lui veniamo. Siamo suoi perché inseriti nel mistero trinitario grazie alla partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, donata a noi nel Battesimo.

Questa appartenenza padre Giovanni l’ha vissuta come religioso e sacerdote; non sono i religiosi chiamati a testimoniare il primato di Dio nella propria vita? E i sacerdoti non hanno il compito di essere i suoi ministri, annunciatori della sua Parola e amministratori dei suoi misteri?

Infine, con la celebrazione della messa esequiale noi abbiamo pregato perché padre Giovanni sia per sempre “di Dio”, fine ultimo e definitivo della sua e della nostra vita.

Certo ognuno vive secondo personali doni e caratteristiche questa vicenda terrena, ma è bello credere che c’è un dato che ci unisce ed è questo sapere e riconoscere di appartenere a Dio, di essere suoi.

“Lo ha detto don Milone”

Dovendo scegliere una prima lettura per i funerali di p. Milone ho chiesto a p. Giovanni Boggio di indicarmi un testo che parlasse dello scriba sapiente che indaga le scritture. Così abbiamo letto il testo del Siracide al capitolo 39, versetti 1-11. Tra l’altro essi dicono: “Egli ricerca la sapienza di tutti gli antichi e si dedica allo studio delle pro- fezie. Conserva i detti degli uomini famosi e penetra le sottigliezze delle parabole, ricer- ca il senso recondito dei proverbi e si occupa degli enigmi delle parabole”. È facile per noi immaginare don Giovanni ricercatore di documenti e di notizie, attento ad ogni particolare, preoccupato di fondare ogni affermazione su fatti e personaggi.

Era infatti scrupoloso nel suo lavoro di storico e di archivista, interessato a sapere tutto quello che era possibile. Se una notizia era stata data da don Giovanni Milone, potevi essere certo della sua fondatezza.

In questo lavoro, durato tutta la vita, don Giovanni ha mostrato il suo amore alla Congregazione, in modo particolare al Murialdo e a don Eugenio Reffo. Credo che sarà stato contento che i suoi funerali siano stati celebrati nella chiesa della sua parrocchia natale, alla Salute in Torino, dove sono custodite le spoglie mortali del Murialdo e di don Reffo.

Fu un lavoratore instancabile ma solitario, forse più per indole che per scelta, magari per una certa gelosia che ogni ricercatore si porta dentro. La sua stanza, piena di libri e di documenti, di testi scritti a mano e/o dattilografati, alcuni compiuti e altri solo appunti, non sappiamo ancora quali scoperte ci possa riservare.

In questi ultimi anni la malattia lo ha molto condizionato: ha sofferto e ha fatto soffrire, perché spesse volte non riusciva a vedersi dentro un contesto, preoccupato e interessa- to solo di quanto potesse riguardare la sua persona e i suoi interessi. Non è stato sempre facile capirlo e aiutarlo.

Per questo sento doveroso esprimere un grazie particolare ai suoi parenti, al fratello e alle due sorelle, e ai confratelli della comunità degli Artigianelli.

I funerali sono stati celebrati lunedì 16 aprile 2012, nella chiesa di Nostra Signora della Salute in Torino, tempio che conserva le spoglie di san Leonardo Murialdo e di d. Eugenio Reffo. P. Giovanni riposa ora nella tomba di congregazione nel cimitero monumentale della città di Torino.

Mentre lo ringraziamo per quanto ci ha lasciato frutto del suo studio, a lui affidiamo la nostra preghiera perché l’amore alla nostra famiglia religiosa non venga mai meno in ciascuno di noi.

 

p. Tullio Locatelli,

superiore provinciale

P. Antonio Giuseppe Bertoldo

P. ANTONIO GIUSEPPE BERTOLDO

* Carré (VI) 10 febbraio 1918

† Thiene (VI) 19 febbraio 2012

 

Padre Antonio Giuseppe Bertoldo della comunità di Thiene, è tornato al Signore verso le ore 16.00 di domenica 19 febbraio, dopo mesi di degenza a letto, durante i quali si è spento come una candela. È morto nella sua camera in comunità, dove da anni vive- va ritirato tra fasi alterne di crisi e di riprese.

Aveva compiuto 94 anni il 10 di febbraio ultimo scorso ed era il quarto confratello più anziano della Congregazione.

Don Antonio era nato a Carré (Vicenza) il 10 febbraio 1918 e, dopo gli studi medi compiuti a Montecchio Maggiore, era entrato in noviziato a Vigone nel 1935, professando per la prima volta il 29 agosto 1936.

Ha compiuto gli studi filosofici a Ponte di Piave dal 1936 al 1938; ha svolto il tirocinio a Roma Pio X per due anni e per altrettanti a Vicenza; ha frequentato teologia prima nel Seminario della Quercia a Viterbo e, dal 1943 al 1946, a Vicenza dove, il 29 giugno 1946, fu consacrato sacerdote.

La prima parte del suo apostolato fu dedicata completamente all’insegnamento: Vicenza, Padova, al Camerini Rossi dal 1948 al 1952, ancora a Vicenza fino al 1961, quindi un anno a Mirano, poi Padova Pio X dal 1962 al 1964 e Camerini Rossi fino al 1971.

Esercitò quindi il ministero parrocchiale a Conegliano fino al 1978, quando passò a Thiene, ultima sua comunità: 32 anni abbondanti!

I funerali sono stati celebrati mercoledì 22 febbraio nella chiesa del Patronato San Gaetano di Thiene; poi don Antonio è stato sepolto nel cimitero di Carré, nella tomba di famiglia.

In cammino verso la Pasqua

Abbiamo celebrato i funerali di padre Antonio nel giorno del mercoledì delle ceneri ed è stato del tutto ovvio accostare il momento liturgico che segna l’inizio della Quaresima alla celebrazione eucaristica, con la quale abbiamo consegnato questo nostro confratello alla misericordia del Signore.