Fr. Umberto Lovato

Fratel UMBERTO LOVATO

* Sarego (VI), 4 settembre 1928

† Roma, 29 agosto 2012

 

OMELIA NEL FUNERALE

Siamo qui come comunità e come chiesa a dare il saluto cristiano al nostro fratello Umberto.

Siamo qui ad illuminare il mistero della vita con il senso che le ha dato Gesù Cristo, vivendo e morendo con noi e per noi, e dando così alla vita e alla morte un senso nuovo, forse l’unico possibile.

Siamo qui ad affidare alle braccia misericordiose del Padre un fratello che la vita l’ha consegnata a Dio, per il servizio del Regno nella nostra Congregazione fin dalla giovinezza e anche a ricordare questa sua vita donata per tenerne vivo il ricordo.

Il recente Capitolo Generale XXII ci ricorda che è importante per noi tenere vivo l’e- sempio e la memoria dei nostri confratelli e delle loro particolari virtù.

Ognuno di noi porta nella sua umanità le tracce della sua fragilità, ma ognuno, pur con i suoi limiti, porta alla Congregazione un dono speciale, che può diventare un esem- pio: questo è il senso della memoria affettuosa ed impegnativa che noi vogliamo fare dei fratelli che ci lasciano.

Fratel Umberto è tornato alla casa del Padre mercoledì 29 agosto.

Singolare coincidenza: il mercoledì è il giorno dedicato a onorare il Nostro Santo Patrono, San Giuseppe: di San Giuseppe fratel Umberto è stato un fervente devoto e anche un appassionato scrittore, impegnato a far conoscere la sua santità e a diffondere la sua devozione.

Fratel Umberto era nato a Meledo di Sarego il 4 settembre 1928.

Il suo percorso formativo lo vede a Montecchio per gli studi medi, a Vigone per il Noviziato, a Ponte di Piave per gli studi filosofici, a Padova – Camerini Rossi per il Magistero. La professione perpetua la emette a Oderzo nel 1951. Poi studia teologia a Viterbo.

Decide di essere fratello religioso, dedicando tutte le sue energie intellettuali e mora- li all’educazione dei ragazzi, soprattutto attraverso la scuola: dal 1955 al 1997 sono 42 anni dedicati all’insegnamento!

Ad illustrare la sua azione educativa basti un’espressione di p. Luigi Pierini: “[…] mi unisco al ringraziamento corale e sincero dei tuoi alunni, delle loro famiglie […] per l’instancabile impegno che hai dimostrato nell’insegnamento e nella formazione inte- grale dei tuoi ragazzi. […] Il Signore ti ha già fatto toccare con mano, in diverse occa- sioni, i buoni frutti della tua azione educativa, che si sono manifestati attraverso segni concreti di riconoscenza e di affetto”.

Campi del suo lavoro sono state le scuole di S.Marinella, Roma Pio X, Montecatini, il Villaggio del Fanciullo di Viterbo, il Seminario di S.Giuseppe Vesuviano e, soprattutto, l’Istituto Leonardo Murialdo di Albano, dal 1967 al 1973 prima, e, quindi, dal 1979 al 1997.

In quell’anno è passato in Casa Generalizia, chiamato dal Superiore Generale che intendeva così “valorizzare al meglio” la sua preparazione culturale e le sue doti, al servi- zio della Congregazione nel Centro Studi San Giuseppe, nel Centro Studi Storici, nel pro- getto della Cronistoria della Congregazione e in varie ricerche di archivio, “come supporto ai lavori del consiglio generale”. È, infatti, questo degli “studi giuseppini”, l’altro aspetto del suo impegno culturale, affrontato con competenza e passione.

La malattia ha a poco a poco minato la sua attività: nel febbraio del 2007 ha dovuto essere ricoverato presso la Casa del Clero San Gaetano e qui ha vissuto gli ultimi anni, amorevolmente assistito dalle suore e dal personale della casa – che vogliamo ringraziare di cuore – e visitato quasi quotidianamente dal nostro direttore di casa generalizia p. Guido Bassanello, che ci ha dato un esempio di umanità e di dedizione umile e generosa ai con- fratelli ammalati.

Ecco la vita di fratel Umberto: umile e generosa anch’essa.

Direi che nel suo tracciato esistenziale possiamo rilevare tre percorsi che ci aiutano a comprendere e vivere la nostra vocazione e la nostra vita.

Il primo è la sua passione e il suo impegno di educatore.

Tra noi lo abbiamo sempre chiamato con rispetto e anche a volte scherzosamente “il professore”, perché così lo hanno sempre chiamato i suoi numerosi alunni, con i quali però l’essere professore non gli impediva di essere amico, fratello e padre, come ogni giusep- pino sa essere.

Per essere così bisogna guardare con simpatia e con fiducia ai giovani, vivere quel- lo che il Capitolo Generale appena celebrato chiede a tutti noi: “Con gioia constatiamo le immense capacità di vita che sono nascoste nel cuore dei giovani di oggi, molti di loro maturano umanamente e cristianamente la loro vocazione in mezzo ad una società che presenta loro sfide impegnative. Ci riempie di speranza scoprire in essi il riflesso della bontà di Dio” (Capitolo Generale XXII 3).

Fratel Umberto, che ha partecipato a molti capitoli generali, queste cose le sapeva e, soprattutto le viveva, anche se queste parole non le ha scritte lui!

Il secondo percorso è quello dello studioso appassionato delle cose della Congregazione, della nostra storia e soprattutto di San Giuseppe.

Il nostro Capitolo Generale a più riprese ci parla di San Giuseppe, nostro patrono e nostro modello di pedagogia e di spiritualità.

Come Giuseppe ha dato la vita per il Figlio che gli era stato dato e l’ha condivisa con lui, così noi siamo chiamati a “condividere la vita, le gioie e le sofferenze dei giovani, viven- do tra loro come amici, fratelli e padri, creando con essi un clima di fiducia e di ottimismo, affinché l’azione educativa sia efficace”. Come San Giuseppe e imitando il suo spirito di fede anche noi siamo chiamati “a contemplare con umiltà il maestro, nella ricerca fiducio- sa e costante dei disegni di Dio” (Capitolo Generale XXII, 10).

Il terzo percorso, il più misterioso, che segna gli ultimi anni della sua vita segnati dalla malattia. È quello direi del “testimone”.

Ci sono momenti della vita in cui non fai più quello che hai sempre fatto, in cui le circostanze e le situazioni ti rendono mistero a te stesso, forse, e agli altri.

Sei, in questi momenti, soprattutto testimone, anche muto, del mistero della vita e del fatto che essa avvolge e si avvolge in fili interiori e complessi, di cui solo Dio conosce la trama.

Essere testimone di tutto questo, però, è un dono per tutti coloro che ti accostano e ti vedono magari sereno, accogliente e sorridente, perché li fa crescere nella fede, nell’a- more e nella sensibilità all’infinito e alle cose di Dio.

Vorrei aggiungere una cosa.

Il nostro Capitolo Generale recente scrive: “Nella varietà delle vocazioni, riteniamo doveroso proporre ai giovani l’ideale del religioso fratello, suggerendo anche cammini formativi che ne presentino l’identità” (Capitolo Generale XXII, 78).

Ebbene, credo che fratel Umberto sia stato un esempio vivente di religioso fra- tello.

E, oltre che nella vita, l’aveva chiara anche nella mente l’identità del religioso fratello.

In una lettera indirizzata alla provincia nell’ottobre 1968, egli scrive: “Il confratel- lo coadiutore giuseppino deve essere eminentemente un educatore. Si possono tollerare talvolta confratelli sprovvisti di cultura, ma mai sprovvisti di doti umane. E si tenga pre- sente che più il coadiutore sarà completo anche umanamente, maggiormente coopererà all’avvento del Regno di Dio, realizzandolo prima in sé poi negli altri. (…) Il coadiuto- re giuseppino partecipi a tutte le opere caritative della Congregazione. Non si è fatto religioso unicamente per la sua santificazione, ma anche per quella degli altri. Per un giuseppino le opere caritative sono soprattutto quelle inerenti all’educazione dei giova- ni. (…) La ricerca delle vocazioni si faccia, per così esprimerci “globalmente”: si pre- senti innanzi tutto la vita religiosa in tutte le sue attrattive spirituali (e umane!) e poi, in un secondo momento, si accenni alle diverse mansioni che spettano ad un sacerdote o a un coadiutore. Si insista di più su ciò che hanno in comune che su ciò che hanno di diver- so” (lettera a P. Giocondo Sartori, del 22/10/1968).

Siccome il Signore, provvidenzialmente, ci parla ogni giorno attraverso i fatti della vita e attraverso la Sua Parola, abbiamo letto in questa celebrazione le letture di questo giorno liturgico, venerdì della XXI settimana.

Ci parlano di un’unica sapienza, quella vera, che sta nella croce del Signore Gesù, di fronte cui ogni altra cosa diventa stoltezza.

A questa sapienza il nostro fratello Umberto ha affidato la sua vita, a questa sapien- za la affidiamo noi.

E con fedeltà ha custodito accesa, fino alla fine, la sua lampada, come le vergini pru- denti del brano evangelico. Perché la vita, fra chiarori ed ombre, è un’attesa della luce definitiva.

Ma ogni nostro giorno vi sono bagliori di Eternità da far risplendere e con cui illu- minare i nostri cammini.

Ci vuole olio nella lampada.

L’olio della fedeltà, della giustizia, della misericordia, che sono, come ci diceva il Vangelo di qualche giorno fa, “le prescrizioni più gravi della legge” (Mt 23,23), per una religione vera e non formale, per una dedizione autentica e non parziale o finta.

Al nostro fratello questo olio non è mancato.

Non manchi neppure a noi. Per la grazia di Dio e per l’intercessione dei nostri santi e dei nostri confratelli defunti.

Metti olio nella nostra lampada, Signore, per una congregazione rinnovata spiri- tualmente e fedele al carisma che ci hai dato in dono.

Amen.

Roma, 31 agosto 2012

 

p. Mario Aldegani

Padre Generale