40. Accompagnare il giovane nel suo cammino spirituale

Il tema è fondamentale per un’educazione che vuol essere “cristiana”: collaborare con Dio e aiutare i giovani a prendere coscienza del carattere personale, della singolarità della propria relazione con Dio. Credere ad un contenuto, vivere in base a quello che si crede, celebrare la propria fede in una comunità, sono passi che si relazionano tra loro per un discorso completo e non parziale. Nel cammino dell’accompagnamento si devono tenere in conto: la centralità della persona, l’importanza della comunità e il valore del messaggio per una vita che tenga come referente centrale il Vangelo di Gesù. In questo processo alcune tappe possono aiutarci a capire il percorso in atto: il maturare come persona, il crescere nella fede riconoscendo che solamente Dio salva in Gesù, la scoperta ogni volta sempre più chiara della propria vocazione, e, finalmente, una vita ricca di spiritualità. Non sempre sarà facile, incluso nel cammino di fede non mancheranno i dubbi, le difficoltà, “il silenzio di Dio”. Per questa ragione, l’educatore deve stare attento alla vicinanza personale, ad accogliere la vita nel suo insieme ed accettare la gradualità della crescita. Non si deve dimenticare che il promo attore è lo Spirito Santo.

Pedro Olea

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40. Accompagnare il giovane nel suo cammino spirituale (Pedro Olea)


 

Tutti i giovani danno una grande importanza all’amicizia e per questa ragione tendono a vivere in gruppo; realtà, questa, che genera un fenomeno di grande importanza per la pastorale giovanile. Il gruppo aggrega e unisce; per questo molte volte la vita di gruppo può essere l’unica esperienza di chiesa per molti giovani.

E’ buona cosa che si aggreghino, è importante che si riuniscano, che i nostri giovani siano ogni volta più numerosi nei gruppi, però all’azione di aggregare deve seguire quella di formare; altrimenti il gruppo finisce per essere fine a se stesso.

La formazione che si deve impartire nel gruppo deve toccare l’interiore del giovane e, per questo, non sono molti i gruppi capaci di accompagnare ogni giovane nel proprio cammino interiore e nel momento delle decisioni personali definitive. Sono molti i giovani e i gruppi che non sanno casa fare. Che criterio seguire di fronte alla necessità del discernimento dello spirito e che mezzi impiegare nell’accrescimento della propria vita cristiana?

Cos’è successa in questi ultimi decenni con l’accompagnamento spirituale personale? Quante persone ci sono che possano avere la capacità per accompagnare il giovane nella sua avventura spirituale? Persone che conoscano la profondità della persona, rispettose dell’individuo, del suo ritmo, della sua sicurezza, capaci di aiutare e animare il giovane nel crescer e progredire della sua fede?

Oggi, ancor più di ieri, i giovani hanno bisogno di maestri di vita spirituale che possiedano dottrina, esperienza ed empatia per aiutarli a percorrere le vie di un’esistenza che riceve tutto il suo significato dal Signore. E’ il compito di accompagnare il giovane nel suo crescere nella fede e nella vita cristiana.

Possiamo iniziare facendogli vedere che si preoccupa della sua salute, del suo benestare fisico ed è giusto che lo faccia; che s’impegna ad acquisire una buona cultura e una buona formazione professionale, che è anche giusto; però deve capire che c’è una vita interiore, una capacità interna di percepire e vivere tante cose e che di quella forma parte la fede. Per questo è importante l’arricchirsi in tutti questi ambiti giacché, quanto più ricchi siamo, tanto più potremo dare ad altri, iniziando proprio dai più vicini ed amati.

E’ importante far loro vedere che la fede cristiana è essenzialmente stabilire una relazione con Dio, che ci ama e, alla stessa maniera, che non c’è una relazione interpersonale uguale a un’altra, cosi come non ci sono due modi di relazionarsi con Dio che siano uguali. Tanto più intensa è la relazione con Dio, tanto più si personalizza e ci personalizza.

L’accompagnamento spirituale consiste, in gran parte, nell’aiutare il giovane a prendere coscienza del carattere personale, dell’unicità, di questa relazione irrepetibile con Dio. L’esperienza dimostra che i cammini di Dio sono tanto diversi come lo sono gli uomini.

Bisogna chiarire fin dal principio questo detto, che si ascolta spesso, che la fede è un dono di Dio. Dio entra in relazione, in una maniera o in un’altra, con tutti gli uomini; quello che non è del tutto chiaro è che l’uomo possa rispondere con altrettanto interesse. E così, quando diciamo che la fede è un dono di Dio, vogliamo dire che è gratuito, che proviene dall’aver ascoltato, da altri che ci hanno parlato di Dio, di Gesù Cristo e della sua salvezza o di fatti di vita, incontri personali o circostanze che, in una maniera o nell’altra, ci interpellano in nome di Dio. L’uomo non deve dare niente a cambio, però deve rispondere, deve entrare in relazione con Dio ed è lì dove l’uomo vacilla o si nega.

La fede non proviene dalla riflessione dell’uomo, non è elaborazione, è accettazione. E questo non vuol dire che in un secondo momento l’uomo non possa riflettere: però la fede è in primo luogo una questione di cuore, non di testa.

Educare la fede è pertanto collaborare con Dio perché si sviluppi una relazione personale con Lui, è un aiuto per attivare il dialogo con Dio.

Questa educazione alla fede presenta tre aspetti inseparabili:

Credo (e pertanto conosco i contenuti oggettivi della mia fede)

Vivo (e quindi sono testimone di quello in cui credo)

Celebro (la mia fede è un fatto sociale, oltre che personale, sono membro della comunità di Gesù).

La fede vive e si sviluppa in modo misterioso e vivo tra Dio ed ogni uomo, tra Dio e la sua comunità; è un’alleanza tra Dio e il suo popolo, tra Dio ed ogni uomo; un’ alleanza d’amore: Dio ci ama e noi rispondiamo con il nostro amore.

Questa fede-alleanza d’amore deve essere testimoniata in modo personale e collettivo e, pertanto, è necessario conoscere i suoi contenuti, manifestati in maniera concreta e precisa dalla comunità cristiana, dalla chiesa. Per questo, per viverla bisogna conoscerla e tener conto che, tanto noi come il giovane, la dobbiamo testimoniare a giovani concreti di oggi e per questo abbiamo bisogno di sommergerci, con criterio, in questa vita di oggi che è la vita dei giovani.

Tutti noi abbiamo vissuto, stiamo vivendo e vivremo i cambi del mondo giovanile, farlo in un’altra maniera non sarebbe possibile. Però i cambi ci fanno pensare ad alcuni parametri che ogni educatore di fede dovrebbe tener presente e che non si possono lasciare ad un lato perché sono espressioni di una grande sensibilità; ignorarli o minimizzarli è lo stesso che abbandonare la sensibilità giovanile favorendo nei giovani il rifiuto dell’educazione alla fede e dell’accompagnamento spirituale. Per rigidità o per leggerezza, sempre per mancanza di sensibilità, si può mettere in pericolo tutto il lavoro pastorale.

Vediamo, adesso, quattro criteri basici da tener in conto per l’accompagnamento spirituale:

Centralità della persona: il principio dell’accompagnamento è l’autoeducazione, e per questo bisogna collocare in primo piano l’identità personale del ragazzo, principale responsabile della sua formazione e che, al prendere coscienza di questo, accoglie con piacere l’accompagnamento spirituale e si compromette con quello, apprezzando l’aiuto che riceve e l’arricchimento che comporta il confronto.

Importanza della comunità: viviamo la fede con altri, nessuno è cristiano per conto proprio, ma in comunità; in questa maniera nasce il sentimento di appartenenza, incluso quello di appartenenza alla chiesa. Per quello che riguarda il gruppo di giovani bisogna tener conto il dualismo gruppo/persona; chi segue con serietà un gruppo, segue anche personalmente ognuno dei partecipanti. Con questo la vita di gruppo guadagna qualità e profondità e, in questo, attua e s’impegna l’accompagnante-maestro di vita spirituale.

Valore del messaggio: L’esperienza religiosa del cristiano non è un’esperienza qualunque, bensì la fede, la relazione, con la rivelazione totale di Dio in Gesù Cristo morto e risuscitato. Il fine è proprio quello di far si che il giovane faccia proprio il messaggio cristiano per dare un senso alla vita e cambiare il mondo. E’ un valore radicale che non deve essere diluito nemmeno davanti al pericolo che il giovane abbandoni; però bisogna essere aperti alla realtà e ripudiare la “teologia catastrofica”: tutto va male, tutto è peccato, il maligno domina, il male regna ovunque, l’importante è perseverare, avere cautela, attenzione, i giovani non hanno principi, ai giovani non importa niente di Dio, etc.. Un modo di vedere così la realtà porta a vivere in modo schizofrenico, sono due vivenze separate: fede-mondo. E in realtà si tratta di come costruire il Regno partendo dal mondo così come è, fra le tante cose perché è l’unico esistente.

C’è bisogno di una vita nella quale i criteri teorici e pratici abbiano come punto di riferimento il vangelo di Gesù, centro della personalità del giovane cristiano. Se si ottiene questo, le decisioni nella vita si prenderanno con questi criteri, da quelle più importanti fino a quelle quotidiane; bisogna confrontarsi e comportarsi partendo dal vangelo e dal Regno dove vogliamo trasformare il mondo. Da questa centralità nasce la spiritualità cristiana, dato che tutto l’uomo si vede permeato dalla vita e dalla forza dello Spirito Santo.

Il giovane – che per natura rifiuta la formazione standard- deve conoscere poco a poco le sue capacità personali e i suoi propri limiti e, a partire da lì –con fede cristiana- costruire il suo progetto di vita, che costituisce un aiuto importante nella formazione della personalità.

Generalmente si parla ai giovani dei tre schemi che si è soliti incontrare nella società: il progetto sociologico-consumistico; il progetto di vita politico-ideologico e il progetto di vita religiosa. C’è troppo schematismo, però questo del progetto di vita è un ambito nel quale l’accompagnante può essere di grande aiuto al giovane che desideri per se un progetto di vita cristiano. E’ vero che i giovani hanno in grande considerazione l’autonomia e l’emancipazione dagli adulti, che nutrono una grande sfiducia verso il passato e la tradizione che a volte sembrano riflettere categorie culturali che non sono le loro. E’ vero che i giovani hanno un acuto senso della loro libertà e della loro coscienza personale come punto di riferimento per il loro comportamento, però è anche vero che quando conosce un adulto portatore di valori importanti e sostanziali questi si converte in punto di riferimento e ne approfitta per la sua formazione. Quando il giovane decide di curare e proiettare la sua vita futura in senso cristiano, colui che lo accompagna deve portare il giovane verso una vissuto globale che possa integrare la sua storia, le sue doti, i suoi difetti, i suoi desideri, i suoi progetti, i suoi limiti, i suoi timori, le sue ricerche…

In primo luogo bisogna aiutare il giovane perché maturi come persona, quella maturità che lo porti ad essere padrone di se stesso, chiudendo la porta ad ogni sorta di manipolazione alienante. Per quello il giovane ha bisogno: di conoscersi per non rimanere schiavo dei suoi stati d’animo, per sapersi analizzare e saper analizzare quello che altri dicono di lui; di autocontrollarsi, per attuare in base a quello che è giusto, per accorgersi dell’ambivalenza dei diversi aspetti del carattere e così poterlo approfittare; di donarsi (servire gli altri con allegria) perché ci si deve mostrare aperti verso gli altri, prenderli in considerazione, collaborare con loro ed aiutarli. E’ fondamentale impegnarsi con un comportamento che allontani l’egoismo.

Esistono alcuni sintomi che ci permettono valorare lo stato di maturità personale:

– Il controllo dell’ansietà, dell’insicurezza, dell’emotività

– La resistenza agli stimoli negativi per poter essere coerenti con i propri principi di fronte alle pressioni che possono sopraggiungere: pubblicità, consumismo, ideologia, manipolazione, etc…

– Capacità di adattazione positiva alle nuove circostanze (che, d’altra parte, producono insicurezza)

– Accettazione del proprio passato, tale e quale lo si è vissuto, servendosi del positivo e imparando dal negativo.

– Capacità di dare e ricevere senza tener in conto la contabilità.

– Capacità di accettare la responsabilità degli errori e dei fracassi senza negarli o nasconderli e cercare di imparare per il futuro da tali esperienze.

– Capacità di sperare con fiducia in se stessi e nel futuro.

– Saper rinunciare ed essere capaci di per raggiugere le mete ed i fini prefissati, tenendo in conto che ogni persona che fa una scelta rinuncia a tutte le altre.

In secondo luogo l’accompagnante spirituale deve preoccuparsi perché il giovane cresca nella sua fede, che possa leggere la sua vita quotidiana come credente e la possa vivere come impegno nella costruzione del Regno di Dio. Allora il giovane si darà conto della chiamata di Gesù e risponderà con il suo comportamento quotidiano. Gesù lo chiama a seguirlo e questo significa fare della propria vita una risposta amorosa e coerente attraverso la quale si riconosce che solo Dio è la salvezza dell’uomo in Gesù, che solo in Lui si trova l’allegria e la completa realizzazione dell’uomo, che la relazione con Dio riempie di allegria anche quando bisogna lottare e “portare la croce”.

Il giovane deve vedere che la croce e il dolore umano non mancano di senso, perché costruire il Regno significa essere disposti a lavorare, a farsi carico della fatica necessaria e della sofferenza; e per questo il Regno di Dio incontra tanta resistenza dentro e fuori di noi. Bisogna fare una scelta chiara di voler essere apostoli di Gesù arricchendo continuamente la nostra relazione con Lui, che ci dona gioia, serenità, libertà di spirito e consapevolezza che il Signore ci guida.

In terzo luogo dobbiamo indicare al giovane come questa vita quotidiana di relazione intensa con Gesù porta al discernimento della propria vocazione, a considerare l’uso dei beni materiali, a dare testimonianza con la propria vita.

Se li aiutiamo a visitare la loro vita come la storia di una chiamata porteremo il giovane a una migliore conoscenza di se stesso, scoprendogli come si è visto condizionato dalla famiglia, dall’educazione ricevuta e dall’ambiente sociale nel quale è vissuto; l’evoluzione della sua fede, dei suoi valori e dei suoi ideali che poco a poco hanno tracciato il disegno della fede vissuta come una chiamata del Signore.

La vocazione naturale dell’uomo è quella di trovare un lavoro che vada d’accordo con i suoi desideri ed inclinazioni, sposarsi e formare una famiglia. Ogni altra vocazione ha bisogno di un buon discernimento che assicuri il fatto che ci troviamo davanti a una chiamata di Dio e tra i criteri di discernimento possiamo segnalare: la retta intenzione; le motivazioni coscienti e incoscienti; l’amore al prossimo che possiede e dona forza nelle debolezze, pace interiore che aiuta a prendere la decisione appropriata e a costruire la comunità.

In quarto luogo l’accompagnante deve aiutare il giovane perché possa crescere spiritualmente, perché possa sviluppare la sua vita interiore. Presa la decisione di seguire Gesù d’accordo alla propria vocazione, si deve impegnare nell’accrescimento spirituale:

– Ascoltando la Parola di Dio e addestrandosi per percepire nella lettura e nell’ascolto delle Scritture la parola che Dio gli dirige in quel momento; percependo l’azione dello Spirito che ci guida.

– Essere attenti ai fratelli, la cui esistenza ci interpella.

– Superando i momenti di crisi, per quello che sono: veri salti di qualità; situazioni nelle quali l’accompagnante deve mostrarsi vicino, aiutando a cercare l’informazione necessaria per affrontare la situazione e per aiutare ad incontrare la soluzione concreta della loro crisi ed aiutando anche, una volta passata la stessa crisi, a vederla con uno sguardo do fede. Ogni vita cristiana passa per momenti di crisi.

– Eliminando gli “idoli”, le molte realtà quotidiane, denaro, prestigio, egocentrismo, potere che, se non facciamo attenzione, finiscono per occupare il posto di Dio fino a convertirsi nella ragione principale della nostra vita.

– In quel crescere spirituale bisognerà affrontare il “silenzio di Dio”, quei momenti di buio, nei quali sembra che Dio si nasconda e che per quello è più necessaria che mai la disponibilità a seguire il cammino di Dio che ci guida attraverso il deserto di questa vita fino alla terra promessa, fino alla casa del Padre.

Nei momenti di crisi, e in realtà sempre, è necessario spigare le cose; l’adulto le ha maturate, il giovane ancora no e questo rende necessaria la spiegazione. Molti uomini di chiesa e morti educatori, specialmente in campo morale, dicono quello che la chiesa insegna, però non spiegano perché. Dire il perché molto spesso illumina la coscienza ed evita il riferirsi alla propria coscienza disinformata del giovane che molte volte non riesce a sciogliere la matassa.

Potremmo concludere dicendo che l’accompagnamento del giovane deve essere personalizzato, perché si tratta di una persona libera e autonoma e per questo si deve stimolare il giovane perché rifletta, stabilisca posizioni personali, prenda decisioni ed assuma le conseguenze della sua propria liberta, e per questo è necessario aiutarlo a motivare la sua responsabilità e la sua autodeterminazione. Però il rispetto della libertà e la responsabilità non vogliono dire di prendere una posizione neutrale o asettica di fronte ai problemi, perché il giovane ha bisogno di opinioni chiare e leali che prendano in considerazione la complessità delle circostanze e la varietà possibile di soluzioni; un atteggiamento che dia animo e che apra a orizzonti ampli nella vita.

Deve essere integratore, non limitarsi a un solo aspetto della vita, poiché la vita del giovane ha bisogno di unità e senso, alla luce della sua propria opzione fondamentale e alla luce della Parola di Dio.

Deve essere progressivo e graduale perché il processo di maturazione è lento, soprattutto se vuole essere solido e sicuro; per di più il percorso non è retto e pertanto l’accompagnante deve muoversi tra la pazienza e la spinta per l’impegno.

Dall’ottica della fede come relazione interpersonale d’amore tra Dio e l’uomo, è opportuno considerare che ogni relazione ha bisogno di comunicazione, dato che al contrario tale relazione sarebbe puramente teorica; e questa comunicazione è quello che chiamiamo preghiera. Una preghiera che può essere personale o comunitaria. Nel campo personale deve rimanere chiara l’unicità di quella comunicazione e per quello bisogna insegnare al giovane a trovare la maniera, o le maniere, di pregare che le siano più congeniali, facendogli vedere le multiformi varietà della preghiera.

Però così come la sua relazione con una persona ha aspetti sociali, il fatto che siamo cristiani formando parte di una comunità rende logico e necessario che possiamo esprimere la nostra fede anche in forma comunitaria. La nostra relazione con Dio si deve esprimere in maniera sociale nella Chiesa e specialmente nella celebrazione Eucaristica.

Sebbene non sia strettamente necessario, se l’accompagnante è un sacerdote, trova un momento importante nella confessione periodica, che aiuta i ragazzi ad entrare nell’ottica della direzione spirituale.

Per questo è necessario che il sacerdote fondamenti la confessione su solide basi teologiche. Il giovane deve sapere perché si confessa e per questo le esortazioni parenetiche servono a poco. E si deve anche spiegare la reale implicazione morale dei suoi atti: non tutto quello che può credere che è peccato lo è, e altre cose, che pensa che non lo sono, possono esserlo.

Anche è importante fargli considerare che è meglio impegnarsi nel fare il bene che nell’evitare di fare il male, poiché l’impegno per il bene, generalmente, allontana dal male sebbene la tentazione e il dubbio stiano sempre all’agguato.

L’accompagnante spirituale dev’essere un uomo o una donna che ami Dio, che abbia un’intensa relazione con Lui, che abbia esperienza di Dio, della sua chiamata, del suo amore, del suo impegno per l’installazione del Regno di Dio. L’accompagnante spirituale deve distinguersi per il suo sincero amore a Gesù, per vivere la sua vita alla luce della fede, per la sua sensibilità apostolica. Deve essere un educatore aperto e colto, un testimone che accompagna la sua missione con gioia perché è un servizio importante per la comunità cristiana. Deve anche possedere alcune caratteristiche personali come l’equilibrio, la docilità allo Spirito Santo, la capacità di discernimento, la preparazione (per mezzo dello studio) e l’esperienza (poiché l’accompagnamento spirituale s’impara esercitandolo).

Non siamo nient’altro che strumenti nelle mani di Dio e per questo è fondamentale chiedere l’assistenza dello Spirito Santo. Lui agisce nel giovane e nell’accompagnante.

Pedro Olea csj