39. Atteggiamenti del cuore appassionato

C’è un crescendo nello stesso tempo umano e divino che segna il cammino della nostra vita, a partire dalle prime relazioni che viviamo nella nostra infanzia, a quelle più profonde che possiamo scoprire nella nostra fede, da una parte i segni dell’umano che indicano il divino, dall’altra parte il dialogo con Dio che si incarna nell’umano. Tenerezza e forza, sembrano darsi la mano in questo processo, che l’essere maschile e l’essere femminile interpretano e incarnano secondo delle loro specificità ma che rimandano ad una radice comune nella quale la relazione ricca di amore è il centro da cui si irraggia l’oggi e il domani di ogni creatura.

Angelo Bissoni 

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39. Atteggiamenti del cuore appassionato (Angelo Bissoni)


 

1. Nella creazione continua

La relazione viene prima della sostanza. Il sorriso della mamma accarezza il figlio che diventa, così capace di sorridere. Proprio come fa la madre. E’ la mamma che decide di sorridere al figlio che è lì davanti a lei. E’ il figlio che accoglie il sorriso e lo ospita in sé liberando un senso di gioia. Quel sorriso accende il soffio vitale; è soffio vitale. E’ la vita-che-sorride che entra nel mondo. Atto creativo: quello che prima non c’era ora esiste. Viene attivata così la relazione dinamica che crea l’evento, la vita che sorride. Bello! In sé la vita è un atto bello.

I segni che veicolano la custodia amorosa della vita dicono la forza e la tenerezza di chi si china sulla vita; dicono il come si comunica la vita-che-genera-vita.

La madre si presenta così come l’essere-che-plasma-l’essere che è generato da lei.

Ognuno di noi nella originalità di una vita creata è portatore di vita e quindi di dignità, di libertà, di autonomia, di potenzialità, di responsabilità.

E’ bello notare che dalle relazioni si incarna la vita, energia-capace-di-creare nuove relazioni. Relazioni che, in quanto motivate dal soffio che genera la vita, sostanziano nuove esperienze che continuano ad alimentare la vita. A questo punto è decisivo attivare la memoria sull’esperienza originale.

Mi piace affacciarmi sull’origine attraverso l’esperienza interiore di santa Caterina da Siena. Nel Dialogo della divina Provvidenza, dice, comunicando le parole pronunciate da Dio Padre: “O carissima figliuola mia, voglio mostrare la mia misericordia al mondo e in ogni necessità provvedere alle mie creature ragionevoli in tutte le loro aspirazioni. Ma l’uomo ignorante cambia in morte quello che io dò per la vita… Con provvidenza lo creai. Quando riguardai in me medesimo, mi innamorai della mia creatura e volli crearla a mia immagine e somiglianza come dono della mia provvidenza. Perciò mi feci premura di darle la memoria perché ritenesse i benefici miei. La resi anche partecipe della mia potenza di Padre eterno. Le diedi l’intelletto perché nella sapienza dell’unigenito mio Figlio conoscesse e comprendesse con quanto fuoco d’amore aprii a lei i tesori delle mie grazie. Le diedi la capacità e la volontà di amare, rendendola partecipe del dono di amore dello Spirito Santo, perché potesse amare colui che aveva conosciuto con l’intelletto”.

La vita, dunque, è il soffio di Dio, necessario, bello, buono, intelligente, amato ed amabile. E’ importante, per ogni Io e per Noi, ripartire dalle relazioni che stanno in principio per collocare, in modo corretto, le relazioni interpersonali attuali affinché siano capaci di creare vita, conformi al principio. Nell’essere-da-Dio, dunque, la creatura è capace di intendere e di gustare Dio e “di godere dell’eterna mia bontà nell’eterna mia visione”. Qui si inserisce l’invocazione della creatura: “Custodiscimi, Signore, come la pupilla dell’occhio, proteggimi all’ombra delle tue ali”.

Peccato che il narcisismo della creatura e l’apprendimento della proiezione paranoidea abbiano rotto e distorto l’intenzionalità dell’origine presente nell’essere-da-Dio. Le distorsioni nelle relazioni continuano a disturbare tutte le relazioni che si attivano nel mondo umano, nelle modalità di trasmissioni di sentimenti, di desideri, di azioni, attraverso specifici sistemi difensivi, conflittuali. L’essere-da-Dio, da qui all’eternità non cesserà mai; l’essere-dall’altro nella relazione interpersonale soffrirà delle distorsioni che deformano gli interlocutori delle e nelle comunicazioni interpersonali.

Spetta all’intelligenza e al cuore, casa degli affetti, captare i segni e procedere alla valutazione e al discernimento. Posso così dare il nome alle cose, alle persone; vederne il volto. Inizio così ad intendere la gioia che prova Dio Padre quando riabbraccia il figlio guardandolo nel volto. Inizio così a risvegliare il desiderio di incontrare il Figlio di Dio, di vedere il suo volto, di vedere le tracce dell’immagine originaria senza le distorsioni causate dalla rottura-peccato e dall’isolamento diabolico che continua a produrre metastasi esistenziali.

E’ per nome che Dio riconosce l’uomo, creatura della quale si è innamorato. Dare il nome è il primo riconoscimento che i genitori attuano nel partecipare alla creazione del figlio. L’essere neonato, figlio dell’amore, inizia così il suo processo dentro la storia, processo che sperimenterà un numero imprevedibile di relazioni. Imprevedibile, per molti aspetti, sarà anche la qualità delle relazioni.

Spetta all’intelligenza affettiva evolvere per captare i segni buoni e quelli cattivi; per valutare e discernere per scegliere e decidere. Si tratta di assistere alla creazione della coscienza dell’uomo che si scopre capace di meravigliarsi del proprio essere bene, grazie all’origine da Dio, del proprio bene risorsa per l’umanità, del proprio essere crocevia di relazioni.

Mi pare che la questione educativa odierna, situata nella post modernità vada privilegiando il crescente desiderio di spiritualità inteso come riposizionamento cosciente della vita come valore base ed inalienabile. Come valore capace di lasciarsi sedurre da ciò che è bello, buono, giusto, vero, santo; capace di attivare processi abitati dalla speranza, dal rispetto dell’alterità, dalla complementarità. L’intelligenza creativa che nasce dal cuore riconciliato si presenta capace di appassionarsi per creare accoglienza affettiva, progetti sostenibili e rispettosi della dignità della persona umana. La stessa sapienza dono di Dio viene assimilata abilitando a conoscere sapientemente.

Il desiderio di identità consistente, di verità liberante, di amore come motore del cuore e dell’intelletto dice l’essere gioioso che crea relazioni propositive attraverso e oltre le conflittualità. Dove c’è odio che io porti amore. Il soffio carismatico in quanto soffiato sulle relazioni umane, crea e ricrea la coscienza che torna a percepirsi come bene per il bene comune e come capace di creare opere buone nel dono per amore. Vita, relazione, bene, verità, processo evolutivo, decisione nella libertà, ortopatia, sono tra le parole costitutive le basi per una nuova antropologia. Si tratta di rimettere in ordine le risorse interiori attivate dallo Spirito che anima la vita.

2. Sentirsi a casa nel mondo post-moderno

Quasi tutti abbiamo l’intuizione, il sesto senso di cosa significhi sentirsi a casa. A casa gli oggetti sono contenitori di affetti, di memorie. Anche una pentola corrosa dal tempo e dai cibi preparati è un bene che aderisce alla memoria e la memoria custodisce il bene; la foto di tua madre riempie molto del tuo interiore oceanico bisogno di affetto che è stato riempito dal suo essere sorridente. I luoghi sono così familiari che puoi camminare per la stanza anche al buio; sai che cosa c’è nel cassetto anche senza aprirlo. Colori, profumi, luci ed ombre, spazi… mandano un qualcosa di inconfondibile che è sapore di casa. E se questo sapore ci fosse negato? Senza sapore non c’è sapere. Senza sapore la stessa memoria sbiadisce. Resto nudo nell’oscurità ed ogni altra cosa sparisce, compreso il tepore del sapore. Il danno causato dalle relazioni che uccidono e/o trascurano i sentimenti e le memorie-che-custodiscono-i-sapori-di-casa, è documentato dai sintomi dell’ansia, della depressione; cioè dalla perdita del vivere saporito, sapiente, abitato, custodito. La prima sensazione del non sentirsi a casa è quello di essere spaesati, di essere senza-paesaggio, di sentirsi senza punti di riferimento e d’orientamento. Il contesto è non-familiare; il luogo è senza volti o, peggio ancora, con volti ostili. I volti che rappresentano l’individualità personale, unica ed irrepetibile, sbiadiscono. Si cancellano; i sensi scompaiono, si chiudono. Sono a casa ma non ho più veri incontri con nessuno; gli altri diventano sfuggenti, incomprensibili, incoerenti. La parola data è lontana anche da colui che parla. Ciò che è in gioco in questa fase storica è la situazione paranoide dell’escluso: l’uno da un lato, gli altri dall’altro, riempie i non-luoghi; il confronto problematico e complementare dell’uno all’altro cerca nuovi ponti per la comunicazione.

Al bisogno di casa, il cristianesimo risponde con una storia, con tanti indicatori di marcia, con tanti compagni di viaggio. Le risposte alle tante domande sono concentrate negli eventi di quei tre giorni che portano dall’Ultima Cena alla tomba vuota. E’ un contesto analogo al post-moderno: a partire dal tradimento della relazione, la fragile comunità si stava disintegrando; stava uscendo di casa, stava andando al buio luogo del non-volto, della non-relazione. Proprio in quel momento Gesù ha preso il pane e lo ha dato dicendo: “questo è il mio corpo, offerto per voi”. Essere-da-quel-corpo è la nuova possibilità: accogliere per essere accolti. La prima mossa la fa ancora Dio che si rivela, così, il Dio che stringe legami stabili con le persone, che le ospita cordialmente fino a farle diventare “di casa”, familiari. Gesù si sente a casa quando è con gli amici; la propria santità si rivela come capacità di ad-domesticarsi, cioè di lasciarsi definire dai legami della casa che intende abitare. L’identità della persona non dice solo il luogo in cui abita, ma rivela anche da chi o da che cosa è abitato. Indica il “come” abita. In questo senso la casa non può essere un blocco già tutto blindato. La casa deve adattarsi all’ospite accolto e a chi la vive mentre viene vissuta. Sentirsi a casa è vivere le relazioni familiari in modalità dinamiche e creative, fatte di accomodamenti, aggiustamenti, sistemazioni continue, affinità, condivisioni… La cosa che riempie di meraviglia è che quando noi perdiamo la casa, è Lui che viene verso di noi, che realizza la casa. Rispettosamente attende l’ok. “Ecco: sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me…” (Gv 10,9; Ap 3,20). Anche nel mondo post-moderno, siamo desiderati, siamo visitati. I Tre: Padre, Figlio, Spirito, attendono alla soglia per fare di noi la loro casa: “verremo a lui e faremo la nostra dimora presso di lui” (Gv 14,23), promessa fatta proprio durante quell’ultima cena dove tutto si disintegrava. La consapevolezza che non si è soli tiene accesa la speranza di ritrovarsi a casa nel tempo di un abbraccio. E’ capitato al giovane uomo: “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Quanto più si è abitati dai Tre, tanto più si è capaci di abitare il mondo. Sentirsi a casa sempre, anche nella posizione di crocifisso è la caratteristica incomparabile del Figlio (Gv 8,35); è dimora incrollabile dei figli. Sempre: i figli si ritrovano contemporanei del Figlio. Tutti gli altri fratelli e sorelle incorporati in Lui; possiamo lasciarci accogliere e configurare “fino alla misura della piena maturità di Cristo” ( Ef 4,13).

Nella famosa icona della Trinità di Andrej Rublev, lo spazio vuoto davanti alla tavola, a casa, è quello riservato per noi. Siamo desiderati; siamo attesi, ospiti di un Ospite che è Tutto. L’alienazione del post-moderno resta definitivamente fuori casa.

3. Essere al maschile, essere al femminile

L’essere al maschile e l’essere al femminile dicono due modalità di incarnazione dentro casa.

La formula antropologica che esalta la relazione a partire dal “tu”, “l’altro che mi è essenziale”, deve essere liberata dall’equivoco che il tu-umano corrisponda al “Tu-divino”. I sistemi motivazionali e relazionali all’interno dell’orizzonte antropologico si vanno configurando sulle tensioni tra le esigenze vitali che esprimono i desideri della vita umana e l’effettiva realizzazione.

Situato nell’orizzonte di fondo dal quale balza fuori il mio essere-da Dio, i sistemi motivazionali dell’essere al maschile e dell’essere al femminile muovono da una matrice divina caratterizzante la libertà amante che si esprime creando vita, puramente nella logica del dono.

L’orizzonte di fondo, dunque, ospita una relazionalità asimmetrica nella quale l’essere umano può riconoscersi essere-da-Dio per un puro dono d’amore, libero, gratuito, personale, irrevocabile. Tale riconoscimento abilita la capacità di accoglienza, di custodia, di risposta.

L’essere figlio/a è chiamato/a configurarsi nel Figlio secondo la modalità offerta da Lui stesso: “come ho fatto io, così fate anche voi”.

L’essere-da-Dio, trova in Gesù Cristo il “come incarnato” della filiazione divina. L’essere-da-Dio in quanto donna, trova in Maria il typos, la configurazione della Chiesa, l’universale incarnato che è ascolto, meraviglia, gratitudine, maternità, servizio nella piena adesione alla divina volontà.

L’identità di Giuseppe si pone in obbedienza fedele nell’essere-da-Dio e nella reciprocità di servizio con Maria. Nell’essere da Dio in quanto uomo, Giuseppe pone la propria autonomia e libertà nell’accogliere e nel credere in quella Parola che svela la volontà di Dio, attuando la possibilità del dono di sé attraverso il si senza riserve e andando oltre il dubbio. Attraverso il divenire della storia, la fedeltà creativa e dinamica è andata realizzando l’essere che ascolta, che accoglie, che si affida nell’atto responsoriale dell’eccomi. Componente del sacerdozio regale, l’essere battezzato si pone nel processo di risposta a Dio maturando la coscienza di amare il mondo, l’altro, a partire dall’esperienza personale di essere amati di Dio.

La capacità di dialogo, riflette il grado di maturità. Pur essendo una forma di vita mai definitivamente chiusa, l’essere-da-Cristo forma e libera la possibilità di autodonarsi per amore configurato sul come di Colui che amandoci per primo mette il fondamento della casa. E’ l’esperienza affettiva ed effettiva che rigenera l’atteggiamento di amare con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta forza. Lo stesso maturarsi della coscienza, nel momento passivo dell’essere-in-Cristo, apre sulla decisione soggettiva di aderire a Lui, di lasciarsi chiamare amico, di andare dentro l’ordine sacerdotale.

L’essere-al-femminile, già nella plasticità del corpo che si sagoma per accogliere e servire la vita che prende forma nel proprio grembo, va fondando la propria identità nell’essere-per-la-vita.

L’identità sessuata si attiva per costruire l’ambiente accogliente la vita; per plasmare quella carezza affettiva che ospita in sé il figlio nella tenerezza.

L’intera storia delle relazioni tra l’essere al femminile e l’essere al maschile è occasione per sviluppare l’identità dell’essere-per-la-vita nella libera decisione di autodonarsi per servire la vita orientandola al bene.

Il primo sussulto della coscienza di sé, in questa visione, è un moto di gioiosa meraviglia e stupore di fronte a un compito tanto umano, tanto divino.

Dentro il mondo del sentire e del pensare femminile si può sviluppare il riconciliante paradigma che vede la donna capace di accogliere la vita, ma anche di soffrire per la violenza contro la vita in tutte le sue modalità, da quelle corporee a quelle affettive e morali, e capace di indicare la via lungo la quale la vita si va realizzando.

Infine, un rapido sguardo pedagogico permette di scrutare le possibili relazioni educative complementari liberate dall’essere al femminile, icona che genera e cura la vita donandosi per puro amore e dall’essere al maschile capace di sostenere la vita, di proteggerla, di orientarla verso una libertà sostenuta dalla verità, dalla decisione di aderirvi con fedeltà.

P. Angelo Bissoni