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55. EDUCARE IN CONTESTO DI PLURALISMO CULTURALE E RELIGIOSO

Alcune attenzioni di pratica educativa

Il pluralismo culturale e religioso  sta segnando in modo forte i nostri ambienti e pone delle sfide al nostro essere educatori. E’ una problematica  umana e religiosa, culturale e sociale. Le piste di riflessione qui offerte partono da alcune convinzioni, quali: mettere al centro la persona e il servizio alla sua crescita; vivere la relazione nella differenza (culturale, sociale, religiosa) per non cadere nella indifferenza; aprirci ad una nuova comprensione della propria identità che si costruisce nella relazione non nella chiusura e nella autoreferenzialità. L’educatore è chiamato ad una dimensione “esodale”, cioè di saper uscire per incontrare l’altro ed aiutare gli altri a cogliere in modo costitutivo l’essere con gli altri. Nella consapevolezza che è Dio il primo educatore e che Egli è già arrivato nel cuore del ragazzo, è compito dell’educatore ad aiutare il ragazzo a maturare la consapevolezza di questa presenza costruendo insieme un clima dove si respira prima di tutto uno stile di vita ricco di umanità, cristiana e carismatica.

Salvatore Currò

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55.    EDUCARE IN CONTESTO DI PLURALISMO CULTURALE E RELIGIOSO

Alcune attenzioni di pratica educativa         (Salvatore Currò)


I contesti educativi (anche quelli giuseppini-murialdini) sono sempre più segnati da pluralismo culturale e religioso (in tutte le nazioni dove siamo presenti, anche se in misure diverse). Si avverte che ciò può costituire una risorsa e offrire nuove opportunità educative, ma si sperimenta anche la difficoltà dell’interazione e del giusto equilibrio tra il rispetto delle culture e la propositività propria di un’azione educativa (che per noi implica, tra l’altro, anche l’annuncio del vangelo). Spesso ci si adagia, tra i ragazzi e anche tra gli educatori, in una tolleranza passiva, si rinuncia al dialogo e alla possibilità di conoscersi e arricchirsi. Quando insorgono problemi ci si può rifugiare nel nostro diritto che l’altro rispetti la nostra cultura, ci si può lasciar prendere dalla paura e chiudersi.

La diversità di appartenenza religiosa può costituire una ulteriore complicazione, perché la religione, si crede, allontana, divide, pone altri ostacoli. Il fondamentalismo religioso fa la sua parte e ha spesso un effetto paralizzante il dialogo. Ma fa la sua parte anche quella mentalità, diffusa nelle società occidentali, che esalta una presunta neutralità e che si esprime come presa di distanza laicista da tutte le religioni. Tante volte non ci si accorge neanche o, in ogni caso, si sottovaluta che l’altro, che pure è di un’altra cultura, può essere della nostra stessa religione (cristiano come noi). Questo, tra l’altro, pone qualche interrogativo sulla capacità dei cristiani e delle comunità ecclesiali di vivere la dimensione universale e interculturale del cristianesimo. La religione, senz’altro quella cristiana, dovrebbe aiutare l’incontro, piuttosto che lasciarsi catturare dentro schemi mentali di chiusura.

La problematica è insieme umana e religiosa, culturale e sociale. Può essere utile prenderla dal versante educativo-antropologico (più che da quello religioso-pastorale). Alcune domande si impongono: come deve configurarsi l’educazione in questo contesto? cosa vuol dire educare nel segno dell’interculturalità o, come si suggerisce sovente, della transculturalità? e, nel caso dell’educazione cristiana e giuseppina, che attinge alla sorgente del Vangelo e del carisma, come raccordare tale ispirazione con il rispetto e il riconoscimento dell’altro, della sua cultura e della sua religione? come integrare la specifica attenzione pastorale (e catechistica), che avvertiamo intimamente integrata all’azione educativa? si può (o si deve) annunciare Gesù Cristo? Nessuno ha oggi delle risposte assolutamente certe a queste domande. Siamo però già dentro una pratica di educazione in contesto multiculturale e multireligioso. A partire da essa, può essere utile in questo momento, come educatori (e pastori), richiamarci alcuni atteggiamenti che potranno, a poco a poco, far emergere dei modelli educativi all’altezza di queste sfide. Suggerisco tre atteggiamenti (che vanno considerati insieme): (1) la centralità della persona e della sua crescita, (2) una relazione nella differenza per liberarci dall’indifferenza, (3) l’apertura a una antropologia esodale.

  1. La centralità della persona e della sua crescita

L’educazione è circolazione di valori, impatto con esperienze cariche di senso, memoria della tradizione culturale e spirituale. Tutto ciò si rende particolarmente necessario soprattutto oggi, in tempi di pluralismo e complessità, quando è forte il rischio di lasciarsi prendere, nel mondo degli adulti, da un senso di rinuncia educativa. La propositività va tenuta viva nell’educazione, anzi è fortemente necessaria. Senza proposte i ragazzi e i giovani non crescono, non hanno possibilità di confronto, di esercizio dell’interiorità e della libertà. Non si può rinunciare neanche, nei nostri contesti educativo-pastorali, alla proposta della fede cristiana, all’annuncio esplicito del vangelo e alla catechesi, senza che questo debba significare mancanza di rispetto dell’altro e della sua cultura o ripiegamento nel proselitismo.

E tuttavia la propositività va situata in una prospettiva di centralità della persona. Il perno dell’esperienza educativa non è dato dai contenuti proposti (neanche quando si fa evangelizzazione esplicita) ma dal ragazzo. Questi ha bisogno di sentirsi soggetto, di confrontarsi con nuove visioni ma a partire dalle esperienze che lo segnano; ha bisogno di fare uno sforzo di appropriazione e interiorizzazione di ciò che lo raggiunge; ha bisogno in certo modo di sentire che produce lui stesso i valori che pure gli vengono da fuori. Solo così imparerà a valutare criticamente, a riconoscere e scegliere ciò che è più importante per la vita, sfuggendo al consumismo delle esperienze, alla riduzione della conoscenza a utilizzazione strumentale di nozioni e alla tentazione di rimanere nel suo mondo (virtuale o reale che sia).

Non si tratta quindi di soggettivizzare l’educazione riducendo i valori alla misura del ragazzo. Si tratta piuttosto di permettere un reale contatto con il bagaglio culturale e spirituale della nostra tradizione, senza scavalcare ma anzi favorendo il senso del “partire anche da se stessi”. Chi parte da se stesso, si coinvolge, si apre, si fa disponibile. La vera crescita passa per l’esercizio della libertà del soggetto e implica un processo graduale. La proposta dell’educatore rilancia sempre il cammino favorendo i possibili salti di crescita; non manca di provocazione, come richiamo alla sincerità di se stessi, alla necessità di liberarsi da paure e di non deprivarsi delle ricchezze che la vita si porta dentro.

In quest’ottica, in cui il ragazzo e la sua crescita sono al centro, diventa più facile la riconciliazione con la propria tradizione, l’apertura alla tradizione culturale dell’altro, il confronto senza irrigidimenti. Il confronto si libera così degli elementi ideologici ed è ricondotto sul terreno dell’esperienza, della chiamata di ciascuno a crescere e a farsi responsabile. Riusciremo, come educatori, ad essere propositivi ma allo stesso tempo decentrati davvero sul ragazzo e sul suo percorso di crescita? In ottica credente, può aiutare il tener viva la memoria – una memoria che funge da concreta ispirazione pratica – che Dio opera nel cuore di ogni ragazzo. Dio, per così dire, è già arrivato, prima di noi, e sta già operando. La centralità del ragazzo può fare alleanza, al di là di quel che può sembrare e lungi da qualsiasi tratto di fondamentalismo, con la centralità dell’opera educativa di Dio. È Lui il primo educatore.

Questa consapevolezza (e ispirazione pratica) era certamente molto forte nel Murialdo e fa parte della nostra tradizione. Si pensi al nostro sentirci come S. Giuseppe che riconosceva in Gesù l’opera di Dio. Una ispirazione forte di questo tipo dà qualità (umana, cristiana e carismatica) alla nostra azione educativa, anche quando non fosse necessario o opportuno fare un annuncio esplicito di Gesù Cristo, perché si lavora ad es. con ragazzi che vivono un’appartenenza forte alla religione musulmana. La preoccupazione per la formazione integrale (che implica anche la dimensione religiosa) deve esserci sempre, ma è in certo modo subordinata al dare ispirazione (respiro, atmosfera) cristiana e murialdina all’educazione. Non va dimenticato che il vangelo prima di tutto si testimonia, si fa cioè stile, modo di rapportarsi, atmosfera. Prima di tutto lo si può respirare. Le attenzioni della nostra tradizione educativa relative all’atmosfera educativa (il clima di famiglia, di corresponsabilità) vanno viste in quest’ottica.

  1. Una relazione nella differenza per liberarci dallindifferenza

La subordinazione delle proposte al processo di crescita della persona, se vissuta con superficialità, può alimentare un senso di relativismo, che in realtà non aiuta l’educazione. Si potrebbe far strada non solo una carenza di propositività educativa ma anche il senso che le proposte sono in fondo tutte uguali e che possono essere accostate in modo parziale e strumentale. Ci si può costruire così un’etica o una religione del “fai da te”, che lascia imprigionati nel proprio mondo soggettivo.

Perché le proposte, non solo quelle che provengono da un’altra cultura ma anche quelle che vengono dalla nostra tradizione, siano accostate per quello che sono, è necessaria la pratica costante di una relazione nella differenza. Non è solo una pratica intellettuale e di riconoscimento culturale. Non si tratta, cioè, solo di una accoglienza corretta e rispettosa di ciò che viene da fuori. Si tratta di una pratica relazionale, fatta di superamento della paura, di reale reciprocità, di prendersi cura, di esercizio della responsabilità, di scambio di sguardi, di reale attraversamento delle differenze. Un attraversamento che riconosce e promuove l’originalità di ciascuno, senza omologazioni o mortificazioni.

Ogni relazione, anche coi vicini, con quelli del nostro gruppo e della nostra cultura, è sempre un attraversamento della differenza. È una reale uscita dal proprio mondo, da se stessi, dalla propria visione e dalla propria precomprensione. Viviamo di precomprensioni ma siamo chiamati a romperle o a lasciarcele rompere. Non solo per entrare nella visione dell’altro e per comprenderlo correttamente, ma per abitare un terreno che va al di là delle visioni e delle comprensioni e dove è in gioco l’affetto e la concreta capacità di volersi bene. L’incontro, prima che essere un fatto culturale o di intelligenza, è, potremmo dire, un fatto corporeo, fatto di gesti, azioni, movimenti; è un fatto affettivo, rischio di contatto, di esporsi, di accogliere, di far emergere una responsabilità per l’altro, che forse è già iscritta nella nostra carne.

Spesso, dietro i ragionamenti se accogliere o non accogliere gli altri, si nascondono le nostre incapacità relazionali, la nostra fatica ad uscire dal nostro mondo. Si nasconde cioè l’indifferenza per l’altro. La visione che ci facciamo dell’altro funge da protezione per non uscire da noi stessi, per non abitare la differenza. Vivere con gli stranieri potrebbe diventare una risorsa nell’ottica di riconciliarci con il richiamo che l’estraneità di ogni altro ci fa. Ogni altro, per quanto io lo conosca e per quanto lui entri in una mia visione, rimane sempre uno straniero per me, radicalmente differente da me, e tale provocazione non può essere tacitata. Forse, anzi, questa provocazione si porta dentro la promessa del senso del vivere, la possibilità di apertura alla verità delle relazioni umane e anche la possibilità di riconciliarci con l’estraneità di noi stessi, con quella parte di noi stessi che sfugge al nostro controllo (o da cui fuggiamo) e che potrebbe essere invece foriera di doni e di riconciliazione col dono che è la vita stessa.

Gli ambienti educativi sono sfidati oggi ad operare questo spostamento dal piano delle visioni (umane, religiose, della vita) al piano della concreta relazione umana. Le differenze di tradizione, di cultura e di religione, vanno ricondotte alla pratica dell’abitare la differenza della relazione con l’altro (con ogni altro). Abitare la differenza significa abitare uno spazio che non ci appartiene, entrare in un luogo dove non siamo mai stati. Quando si è disponibili a questo abitare (o a questo entrare in un luogo altro o uscire dal proprio luogo) ci si libera dalla paura di esprimersi nelle proprie identità e nello stesso tempo tali identità si fanno dinamiche, vive. Si supera così la mentalità relativista che ha bisogno invece di riportare le differenze su un terreno tendenzialmente neutro che in realtà ci lascia nel nostro mondo, nell’indifferenza. Le differenze invece ci salvano dall’in-differenza.

L’ispirazione cristiana dell’educazione può, anche qui, dare un importante impulso a questo cammino, a condizione di considerare la fede cristiana non soltanto o prima di tutto come una visione o una morale (o, peggio ancora, come qualcosa che si identifica quasi con la nostra tradizione e cultura) ma come testimonianza, stile di vita, modo di vivere con gli altri, che ha la sua sorgente nel modo di agire del Dio di Gesù Cristo. L’attuale situazione culturale potrebbe anche aiutare noi cristiani a ricomprendere la nostra fede, a riscoprirla, a risituarla nel legame personale ed ecclesiale con la persona di Cristo. Per ciò è necessario che la nostra relazione con Cristo sia concreta, corporea ed affettiva (anche sacramentale) più che intellettuale, una relazione nella differenza. Senza accorgerci possiamo ricondurre il Cristo stesso nel nostro mondo, possiamo accostarLo come portatore di valori o di dottrine, lasciarci prendere sottilmente dall’illusione che in fondo Lo conosciamo già. Il Cristo, anche se Lo conosciamo e Lo abbiamo già incontrato, ci rimane anche estraneo, differente… e proprio perché non è indifferente, perché ci ama. La differenza forse è oggi una via privilegiata per riconciliarci con la trascendenza, condizione necessaria di un vero rapporto con Dio. Dio, sicuramente il Dio di Gesù Cristo, ha sempre Lui l’iniziativa. Il suo amore ci precede sempre. La sua iniziativa ci sorprende sempre e la cogliamo là dove non pensavamo di trovarla.

Nella nostra tradizione giuseppina la relazione educativa ha una centralità. Dovrà probabilmente essere praticata e approfondita nei suoi significati di differenza e nei suoi rinvii ad un rapporto con Dio nel segno della differenza-trascendenza. Le stesse difficoltà relazionali, nelle nostre comunità religiose o educative, potrebbero diventare luogo di crescita, a condizione che siano attraversate e vissute nel richiamo ad abitare la differenza. Questo cammino potrebbe essere favorito dall’osare di più sul senso dell’internazionalità e sulla scommessa nelle comunità internazionali.

  1. L’apertura a una antropologia esodale.

Il richiamo della differenza, proprio perché ci apre davvero all’altro (e a Dio), ci apre anche a una nuova comprensione dell’identità. L’attuale contesto pluralista è vissuto da molti nella preoccupazione per la nostra identità culturale che andrebbe salvaguardata dall’invasione di altre culture. In termini meno allarmistici, si dice, anche in ambiti educativi, che il tener viva la nostra identità culturale è condizione necessaria per un vero dialogo e per non rimanere succubi della novità. Talvolta il cristianesimo stesso, come già accennato, entra o viene fatto entrare in questo discorso, diventa quasi uno strumento di affermazione della nostra identità culturale.

È importante in educazione allargare gli orizzonti. La questione dell’identità culturale va affrontata su base antropologica, cioè in rapporto al senso dell’umano. La domanda antropologica potrebbe essere così formulata: quando si dà la mia identità in quanto persona umana? quando sono me stesso? Anche se queste domande non emergono esplicitamente, l’educazione, e a maggior ragione l’educazione cristiana, deve porsele e dare delle risposte. Laddove ci si ispira al vangelo la risposta deve essere alla misura della Rivelazione cristiana, ma ciò non significa che tale risposta valga solo per i cristiani. Il vangelo può esercitare una sorta di profezia sul senso stesso dell’umano e può farlo in termini non esclusivi ma di grande apertura. In altre parole: può aprire a una antropologia che sia alla misura della dignità dell’uomo.

Il sospetto è che l’antropologia che sottostà a tante esperienze e progetti educativi, anche in ambito cristiano (e murialdino), sia segnata da categorie che non sono all’altezza di assumere la sfida multiculturale e multireligiosa. Per quanto si insista sulle dimensioni della relazione, dell’accoglienza e dell’apertura universale, la sensazione è che queste dimensioni siano eccessivamente subordinate alla comprensione della vita, prima di tutto, come progetto, come cammino personale, come ricerca di senso. In fondo come se prima di tutto (un prima di senso più che cronologico o metodologico) fossimo soli piuttosto che costitutivamente con-gli-altri; come se prima di tutto fossimo di fronte a degli obiettivi e a dei valori piuttosto che legati agli altri; come se il nostro prenderci cura degli altri fosse frutto di una consapevolezza e di una scelta piuttosto che iscritto sulla nostra pelle, nel cuore di noi stessi, sin dalla nascita. È un’antropologia dell’identità che precede l’alterità, dell’essere se stessi come condizione dell’accoglienza dell’altro; un’antropologia, in fondo, della consapevolezza di se stessi e del dominio di se stessi (vecchio retaggio della tradizione culturale e spirituale occidentale).

Si affaccia la sensazione che è invece nel rischio dell’apertura, o meglio dell’uscire, che siamo noi stessi. Chi non esce si ammala, direbbe papa Francesco. Meglio rischiare un incidente uscendo sulla strada, piuttosto che ammalarsi perché si gira troppo su se stessi. In realtà l’identità è radicalmente attraversata dal rischio e l’andare all’altro non rientra in un calcolo e neanche in una scelta progettuale. È una sorta di esodo, rischioso e liberante allo stesso tempo. Perché il senso dell’essere se stessi è in un dinamismo di grazia, di riceversi in dono. (Qui la sensibilità murialdina del sentirsi amati da Dio o, potremmo dire, del lasciarsi amare da Dio, è attualissima). Si è se stessi mentre paradossalmente non si pensa a se stessi, passando dal rischio di perdersi, ricevendosi in dono grazie all’altro. L’altro (lo straniero, il povero), proprio mentre gli rispondo, mi regala, senza accorgersene, il senso della mia identità, dell’essere me stesso. Avviene una sorta di miracolo: emerge il “di più di me” in me stesso, lo straniero che io sono a me stesso, la povertà che prima fuggivo e che invece nascondeva ricchezze.

Questa identità esodale, dell’uscire, ma che è allo stesso tempo l’identità della riconciliazione con sé, del riceversi in dono, si va facendo strada lentamente. Ha bisogno di emergere nei luoghi educativi. Più che con una visione esplicita, è connessa con atteggiamenti di vera accoglienza e gratuità. Va emergendo laddove si vive la fatica delle relazioni, si rompe con le ideologie, ci si mette in gioco liberandosi dalle giustificazioni o autogiustificazioni personali. La fede cristiana può, anche qui, essere sorgente ispiratrice, a condizione che non si riduca a un contenuto da annunciare e che non si lasci catturare dentro le maglie dell’individualismo antropologico dominante (e questo capita spesso, in modo sottile ma profondo). Nel cuore della fede cristiana c’è un esodo, una pasqua. Chi tenta di salvare la sua vita la perde, chi la perde la ritrova: prima che essere un insegnamento di Gesù, questa è la logica (in realtà illogica) della vicenda di Gesù, è il segreto della vita, di ogni vita, al di là della cultura o della religione di appartenenza.
 

Salvatore Currò

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