1. Gesù in Samaria e la pedagogia del dono (Gv 4, 1-42)

La lettura del brano evangelico che narra dell’incontro di Gesù con la Samaritana al pozzo di Giacobbe ci aiuta a cogliere il dono che è Gesù e gli stessi doni che egli ci offre, attraverso un cammino grazie al quale si supera ogni fraintendimento: la samaritana non capisce quale sia l’acqua che le può dare Gesù, i discepoli non capiscono quale sia il cibo di cui parla Gesù. La parola si fa incontro grazie a Gesù che conduce la donna a dire la verità, ad aprirsi ad una dimensione nuova, a cogliere ciò che era inaspettato.

Gesù ci aiuta a scoprire quale sete abiti il nostro vivere: sete come bisogno materiale, sete come bisogno di affetto e di relazione, sete come ricerca del Dio vivente.

In questo cammino si realizza un duplice svelamento: la donna è portata a “svelarsi” a se stessa; Gesù si svela alla donna, e, poi, agli abitanti del villaggio.

I Samaritani accolgono il dono che è Gesù, ma Gesù continua ad andare oltre, perché il dono va portato a tutti.

Il brano termina con la gioia del discepolato, un discepolato al quale Gesù sta educando e preparando quelli che ha scelto.

Dunque un bell’esempio concreto di Gesù pedagogo e maestro, che sa trasformare ogni situazione, da qualsiasi punto di partenza, in occasione di crescita e di maturazione.

Rosalba Manes

Se vuoi approfondire...

“Alzate i vostri occhi” (Gv 4,35)

Gesù in Samaria e la pedagogia del dono


Il dittico giovanneo: maschio e femmina li creò

Il capitolo 4 di Gv costituisce un dittico insieme al capitolo 3. I due cc. contengono il programma della restaurazione interna che il Cristo vuole realizzare nell’Israele di Dio, ferito dalla scissione tra il nord (Samaria) e il sud (Giudea). Egli è venuto a cercare e salvare ciò che è perduto, è venuto a unificare ciò che è diviso. Infatti come potrebbe reggersi mai un regno diviso in se stesso (cf. Mt 12,25-26)? Il desiderio di Gesù che il IV vangelo mette bene in evidenza nel punto di raccordo tra le sue due grandi sezioni (libro dei segni e libro della gloria) – e che è rappresentato dai cc. 11 e 12 – è di radunare insieme nell’unità i figli di Dio dispersi (cf. Gv 11,52).

La manifestazione della gloria di Gesù punta a “curare” le ferite presenti nel cuore dell’uomo e in mezzo ai popoli. Legge sì (come i Giudei)? Legge no (come i Samaritani)? Tra la stretta osservanza delle leggi e la vita senza regole c’è un’alternativa: la vita secondo lo Spirito che non è un fare delle cose! Se fosse così, anche noi saremmo nella presunzione che basti fare delle cose… La vita secondo lo Spirito è uno stile, una mentalità, un pensiero, un percorso di maturità che rende possibile il discernimento e le scelte oculate. Un vivere senza maschere e senza stampelle, un respirare a pieni polmoni, alleando la propria libertà al palpito di Dio che lo Spirito Santo ci permette di auscultare.

Un dittico dicevamo… Al capitolo 3 un uomo, al capitolo 4 una donna; prima un Giudeo poi una samaritana; cornice notturna, cornice diurna; personaggio di cui si conosce il nome, persona innominata; figura accreditata, figura non stimata; Nicodemo cerca Gesù (o almeno così sembrerebbe! Comunque se lo è, è una ricerca timida), la samaritana invece è cercata da Gesù!

Dopo i primi versetti introduttivi (1-7a) il capitolo 4 presenta tre quadri:

a. L’incontro e il dialogo di Gesù con la samaritana (7b-26)

b.Il dialogo di Gesù con i discepoli (27-38)

c. Il soggiorno di Gesù presso i samaritani (39-42)

Temi (e campi semantici) ricorrenti nel primo quadro: acqua/dono/adorare

Temi (e campi semantici) ricorrenti nel secondo: cibo/seminare/mietere e mandare

Temi (e campi semantici) ricorrenti nel terzo: credere

La parola per diventare incontro deve vincere il fraintendimento e l’ironia, come accade nel brano. La samaritana non comprende quale sia l’acqua e il misterioso “dono” di cui parla Gesù. I discepoli non capiscono quale sia il cibo di cui parla Gesù. La donna pensando che Gesù sia un semplice viandante scherza sul suo modo di comportarsi come se fosse superiore a Giacobbe… Quanti “attentati” al dialogo!

1 Quando Gesù seppe che i farisei avevano sentito che egli faceva più discepoli e battezzava più di Giovanni,

2 per quanto non fosse Gesù stesso che battezzava, ma i suoi discepoli,

3 lasciò la Giudea e ritornò verso la Galilea. Gesù non ama il conflitto e il gossip che invece i farisei di solito amavano alimentare. Lascia la Giudea e tutte le beghe dei farisei.

4 Egli doveva passare per la Samaria.

«Doveva»: non per motivi spaziali, geografici, ma in ossequio al desiderio del Padre, in obbedienza alla volontà del Padre.

Dopo la caduta del regno di Israele in Samaria gli assiri avevano insediato coloni di origine mesopotamica (cf. 2Re 17). La popolazione quindi era mista e pur aderendo al monoteismo e alla legge mosaica, praticò un certo sincretismo. I Samaritani non riconobbero come sacri i Profeti e gli Scritti. Costruirono sul monte Garizim un tempio rivale a quello di Gerusalemme. Centrale per loro era la figura di Mosè. Egli, o un profeta come lui, sarebbe tornato alla fine dei tempi: si tratta del Ta’ev, colui che si volge, che ritorna.

Il terreno di Giuseppe: il “dono” del padre Giacobbe

5 Ora, arriva ad una città della Samaria chiamata Sichar, vicino al podere che Giacobbe aveva dato al figlio suo Giuseppe. 6 C’era là il pozzo di Giacobbe.

La città samaritana che Gesù visita è un luogo che custodisce la memoria dei padri. La storia di nessun uomo infatti inizia ex abrupto e non si entra mai in medias res senza un degno dietro le quinte. Inoltre non c’è nulla di umano, anche ciò che riteniamo irreversibilmente perduto, che non sia sacro. Il testo ci parla della sacralità di ogni pagina della storia e vuole ricordarci ciò che Dio «aveva promesso ai nostri padri» (Lc 1,55, cantico di Maria), la misericordia concessa ai nostri padri (Lc 1,72, cantico di Zaccaria), il giuramento antico fatto ad Abramo, principio della storia dei patriarchi «di concederci, liberati dai nemici, di servirlo senza timore in santità e giustizia, al suo cospetto per tutti i nostri giorni» (Lc 1,73-75).

In Samaria viene collocato addirittura il pozzo del padre Giacobbe che si trova sul terreno donato a Giuseppe, figlio prediletto. La predilezione non si allontana mai da noi, nonostante gli errori e le cadute.

Il luogo sul quale Gesù si posa parla di storia sacra, richiama l’eredità di un padre che passa a suo figlio. Richiama la storia di sofferenze di quel figlio, invidiato, venduto, esiliato, eppure amato da Dio, innalzato e reso “oasi” per i suoi fratelli durante il tempo della carestia (vedi ciclo di Giuseppe nella Genesi).

Il “dono” fatto da Giacobbe a Giuseppe, il figlio prediletto, l’uomo che porta con sé tutti gli ematomi della fraternità, libera la sua fragranza e quella terra – anche se ferita dal sincretismo che sembrerebbe cancellare ogni traccia di sacro e gettare nell’indistinzione anche i gesti più significativi e i valori più alti – si impregna di “dono” e diventa luogo di appuntamento con il Donatore.

Gesù, affaticato com’era dal viaggio, si era seduto sul pozzo; era circa l’ora sesta.

L’evangelista tratteggia il ritratto del Verbo fatto carne. Se la parola ha una carne, questa pesa, è soggetta alla fatica, si stanca. Come tutti i figli di Adamo, Gesù assume la fatica che nell’ora sesta aumenta per via della calura. Il pozzo in questi casi è vita. Ma un pozzo non è solo acqua, è anche immagine della Torah, della sapienza… è inoltre scenario di lieti incontri tra i patriarchi e le loro spose (cf. Gen 24; 29; Es 2,16-21). È infine immagine che impiega Geremia per parlare del tradimento commesso da Israele nei confronti di Dio: «Sì, due malvagità ha commesso il popolo mio: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non contengono acqua» (Ger 2,13).

L’incontro col “dono di Dio”: dialogo di Gesù con la samaritana e reciproco svelamento

7 Viene una donna della Samaria ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8 I discepoli infatti se n’erano andati in città a comperare da mangiare.

Arriva l’interlocutrice di Gesù in cerca di acqua. Sorprende l’ora. Solitamente a mezzogiorno non si esce né tantomeno si va al pozzo. È troppa la calura che poi si amplifica a causa del peso della brocca piena. Forse che la donna non voglia incontrare nessuno ed è certa che a quell’ora le altre donne saranno in casa e lei sarà la sola ad attingere acqua?

Ma Gesù non si mostra stupito dell’ora e le si rivolge per chiederle da bere. Gesù è solo, perché l’evangelista ci informa che i suoi discepoli non sono con lui, ma sono andati a fare provviste di cibo. Gesù chiede acqua. È l’espediente per intavolare il discorso.

9 Gli dice la donna samaritana: «Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

La donna dinanzi alla richiesta di Gesù si sorprende. Non trova strano il fatto che le abbia chiesto l’acqua, ma il fatto che un uomo giudeo si sia rivolto proprio ad una donna samaritana. Come mai pur essendoci una linea di demarcazione tra giudei e samaritani quest’uomo non la vede e la oltrepassa senza farsi alcun problema? La samaritana non conosce il linguaggio della familiarità oppure conosce altri linguaggi confidenziali imbrattati però dall’ombra dell’ambiguità, per questo si mostra reticente e sospettosa.

10 Le rispose Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu gli avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Segue ora l’invito di Gesù a uscire dalle tradizioni (sclerotizzate) degli uomini, a oltrepassare le barriere dell’apparenza… Gesù è seduto sul podere che Giuseppe ha ricevuto in dono dal Padre. E lì parla del dono, non di un dono degli uomini, ma del «dono di Dio». Invita a conoscere il dono e colui che sta parlando avanzando una richiesta . La donna non conosce Gesù. Certo lo sta incontrando per la prima volta. Ma non lo conosce perché mostra resistenza e perché non sa ancora che colui che le sta innanzi non è un nemico o un seduttore, ma un dono. La sua comparsa non viene sotto il segno della controversia o della “cattura”, ma con il vocabolario del dare. Egli vuole darle “acqua viva”, cioè l’acqua della vita (espressione molto cara a Giovanni che parla del pane della vita nel c. 6, della luce della vita in 8,12). Quindi un’acqua diversa da quella del pozzo. C’è di più della sfera meramente materiale…

11 Gli dice la donna: «Signore, non hai neppure un secchio e il pozzo è profondo. Da dove prendi dunque l’acqua viva? 12 Forse tu sei più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui e i suoi figli e il suo bestiame?».

La donna non sa cogliere il linguaggio del nuovo, il vocabolario della sorpresa che fa irruzione nella sua esistenza in fuga… Si mostra ironica con Gesù: dove prendi l’acqua senza il secchio? Inoltre tu che vuoi fare i doni, ha forse regalo più grande del pozzo stesso che Giacobbe diede in dono al figlio?

13 Le rispose Gesù: «Colui che beve di quest’acqua, avrà ancora sete. 14 Colui invece che beve dell’acqua che gli darò io, non avrà mai più sete; ma l’acqua che gli darò diverrà in lui una sorgente di acqua che zampilla verso la vita eterna».

Gesù spiega ora di non riferirsi all’acqua del pozzo. Quella non disseta. Egli vuol DONARE un’acqua incredibile che disseta ed è inesauribile! Gesù dunque porta la donna dal piano materiale a quello spirituale, dai bisogni terreni alla vita eterna, dall’immagine di nemico o predatore all’immagine di qualcuno che dà gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio.

Sete come bisogno materiale

15 «Signore, — gli dice la donna — dammi quest’acqua, affinché io non abbia più sete e non debba più venire qui ad attingere».

La donna capisce che non si tratta più del pozzo ma non ancora comprende. Per questo Gesù comincia delicatamente a “scoprire” la sua vita… per strapparla dalla superficie (e dalla superficialità!) e portarla nelle “profondità” della sua vita.

Sete come bisogno affettivo e relazionale

16 Le dice: «Va’, chiama tuo marito e ritorna qui». 17 «Non ho marito», gli rispose la donna. 18 perché hai avuto cinque mariti e ora quello che hai non è tuo marito. Quanto a questo hai detto il vero».

Abbiamo parlato di pozzi di pietra, parliamo ora di pozzi di carne. Tuo marito, cioè colui che dovrebbe darti l’acqua, dov’è? La donna scopre la sua collezione di amori e delusioni: per lei l’amore dell’uomo è cisterna screpolata, perde acqua e bisogna andare a prenderla sempre altrove. Storia di dispersione… Gesù è venuto a radunare e… raccogliere.

Sei mariti, storia che a partire da quel numero simbolico così eloquente parla di incompiutezza…Sei come le giare di Cana, grandissime e capienti ma prive di vino. Parrebbe amore il suo, ma manca la sostanza e quindi non ci si disseta…

Sete come ricerca del Dio vivente

19 «Signore, — dice la donna — vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri adorarono su questo monte e voi dite che è a Gerusalemme il luogo dove si deve adorare».

La donna ora riconosce che Gesù non è né un nemico, né un predatore, né un ciarlatano. È uno che conosce, sa e parla toccando il “cuore” dei problemi.

La profezia di Gesù “scatena” in lei il pensiero del culto, del rapporto con Dio. Le parole di Gesù – che hanno occhi e leggono oltre le apparenze – le fanno venire nostalgia di Dio, un fremito le attraversa lo spirito: dove si può incontrare Dio per davvero? Chi ha ragione: giudei o i samaritani?

21 Le dice Gesù: «Credimi, donna, che viene un’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate ciò che non conoscete; noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma viene un’ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; infatti il Padre cerca tali persone che l’adorino. 24 Dio è Spirito, e coloro che lo adorano, in Spirito e verità devono adorarlo».

Gesù dice alla donna che sta sorgendo un nuovo tempo che non ha più nulla a che vede con le antiche beghe. È il tempo in cui le “apparenze” non reggono alla prova del fuoco. Il tempo dove al primato del luogo e delle cose, subentra il primato dell’essere e delle relazioni. Adorare in spirito e in verità (endiadi) vuol dire aprirsi alla rivelazione del Padre in Cristo e accogliere la forza divina che rende l’uomo idoneo all’incontro filiale con il Padre. Adorare in spirito e in verità vuol dire uscire dalla falsa idea che Dio possa essere relegato in un luogo fatto da mani d’uomo, ed entrare nella consapevolezza che più che luoghi di adorazione Dio vuole veri adoratori!

25 Gli dice la donna: «So che deve venire un Messia (che significa “Cristo”). Quando quegli verrà, ci annuncerà ogni cosa».

La donna associa le parole di Gesù alla venuta del Messia. C’è una speranza nel suo cuore, sa che ha un dono da ricevere e nuove cose da imparare. Gesù a questo punto toglie il velo e rivela la sua identità:

26 Le dice Gesù: «Lo sono io, che ti parlo».

Da Giudeo qualsiasi a Messia di Israele. È il Ta’ev, colui che si volge, colui che rivela il suo volto a questa donna aiutandola a vedere anche il suo riflesso in quell’acqua di consolazione, in un incontro che dona speranza e rimette le ali.

La missione: i discepoli e la sfida del farsi dono

27 A questo punto arrivarono i suoi discepoli e rimasero meravigliati che parlasse con una donna. Nessuno però disse: «Che vuoi tu da lei?», oppure: «Perché parli con lei?». 28 La donna intanto abbandonò la sua giara, andò in città e disse alla gente: 29 «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto ciò che ho fatto. Non sarà forse lui il Cristo?». 30 Uscirono dalla città e andavano verso di lui.

Le soprese però non sono finite… Si stupiscono i discepoli che trovano Gesù a discorrere con una donna.

La donna invece parte dal pozzo senza aver attinto l’acqua e addirittura senza giara. La donna in fuga si reca dagli altri, prima evangelizzatrice itinerante del Messia.

Gesù ha attivato in lei la consapevolezza di tutti i livelli di relazione: con se stessa (sete come bisogno materiale); con il prossimo (sete come bisogno affettivo e relazionale); con Dio (sete come ricerca del Dio vivente).

Si occupa della samaritana, poi dei samaritani operando una riconciliazione all’interno del popolo di Dio, contrassegnato da una frattura atavica. Ma prima di prendersi cura del gruppo dei samaritani, si occupa dei suoi discepoli, che sono Giudei, che stanno con lui, ma non sanno leggere gli eventi e mancano di discernimento.

31 Nel frattempo i discepoli lo pregavano dicendo: «Rabbì, mangia!». 32 Ma egli disse loro: «Io ho un cibo da mangiare che voi non conoscete». 33 I discepoli dicevano fra loro: «Che qualcuno gli abbia portato da mangiare?». 34 Dice loro Gesù: «Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e portare a compimento la sua opera.

Anche i discepoli sono preoccupati per i bisogni materiali: la donna era ossessionata dall’acqua, essi dal cibo. Gesù parla loro di un altro cibo, di carattere spirituale, la volontà del Padre che consiste nel compiere la sua opera. E qual è l’opera del Padre se non quella di salvare tutti?

35 Non dite voi: “Ancora quattro mesi e viene la mietitura”? Ecco, vi dico, alzate i vostri occhi e osservate i campi: sono bianchi per la mietitura. Già 36 il mietitore riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, affinché il seminatore goda insieme al mietitore. 37 In questo caso infatti è vero il proverbio: “Diverso è chi semina da chi miete”. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui voi non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».

I discepoli non sanno alzare gli occhi: non vedono l’opera del Padre, mancano di discernimento, non si lasciano ancora “appiccare” dal fuoco dello Spirito. Sono ancora freddi e incapaci di avvertire l’urgenza di annunciare la salvezza ai lontani… Non hanno ancora scoperto che il segreto della loro gioia è nel mietere, che non è sinonimo tanto di giudicare, quanto di raccogliere, unire, riconciliare…

I discepoli devono ancora imparare che evangelizzare è andare al di là di tutto ciò che è circoscritto: Non esiste più giudeo né greco (e noi potremmo aggiungere “samaritano”), non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna (Gal 3,28).

Devono imparare che la missione è un parto che dà gioia: «21 La donna, quando partorisce, ha tristezza, perché è venuta la sua ora. Ma quando ha partorito il bambino non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è nato un uomo al mondo. 22 Anche voi ora avete tristezza, ma vi vedrò di nuovo, il vostro cuore si rallegrerà e la vostra gioia nessuno ve la potrà rapire. 23 In quel giorno non mi farete più alcuna domanda. In verità, in verità vi dico: qualsiasi cosa chiediate al Padre nel nome mio, nel mio nome ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa» (Gv 16,21-24). La missione è apprendistato del dono che colma il cuore!

I Samaritani: accogliere il dono-Gesù

39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna che aveva attestato: «Mi ha detto tutto ciò che ho fatto». 40 Quando i Samaritani arrivarono da lui, lo pregavano di rimanere presso di loro; e vi rimase due giorni. 41 Furono ancora più numerosi coloro che credettero per la sua parola. 42 Alla donna dicevano: «Non crediamo più per il tuo discorso. Noi stessi infatti abbiamo udito e sappiamo che è veramente lui il salvatore del mondo».

I Samaritani restano così toccati da Gesù che vogliono che resti con loro. Questa frequentazione permette loro di sperimentare la gioia del discepolato: conoscere che Gesù è il salvatore del mondo, non di una porzione di umanità, ma di tutti gli uomini. Questo è il lieto annuncio cristiano che deve partire dalle nostre comunità! Dobbiamo desiderare la salvezza di tutti coloro che intercettiamo. Anche del fratello che mi è vicino di stanza. Desidero davvero che la vita dei miei fratelli sia salvata, cioè piena, colmata, realizzata?

Per i Samaritani in Gesù vi è il dono di Dio. In Lui si è resa visibile «la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2,11-12). Egli, istaurando un dialogo personale con gli uomini, chiama per nome, invita alla sequela, legge il cuore per invitare a partorire le verità più profonde di sé, esercitando un vera e propria arte maieutica.

I Samaritani imparano che la parola di Dio non irrompe con violenza nella vita dell’uomo, ma entra in punta di piedi, nella dimensione feriale. I Samaritani accogliendo a cuore aperto la visita di Gesù lo riconoscono non solo come “proprietà” di Israele (il Messia di Israele), ma come “tesoro” (cf. Mt 6,21) di tutti gli uomini (come il «salvatore del mondo»).

Per riflettere… davanti all’Amato

a. Dov’è il tuo cuore in questo momento della tua vita? Quali sentimenti lo abitano?

b. Quali i “pregiudizi” che ti isolano? Che qualità hanno i tuoi rapporti con gli altri? Quale “brocca” da lasciare?

c. Quale immagine di Dio senti più vicina? Da cosa è lontano? Presso quale pozzo si lascia trovare?

d. Cosa vuol dire per te “mietere”?

Questioni di… cuore

*«… Gioia e dolore sgorgano da un’unica fonte, il cuore del cuore. Il cuore non è altro che una fila di stanze, sempre più piccole, una immette in un’altra attraverso una porta chiusa e scale che scendono. Sono in tutto sette stanze. Il cuore del cuore è la settima, la più difficile da raggiungere, ma la più luminosa perché le pareti sono di cristallo. Gioia e dolore vengono da quella stanza e sono la chiave per entrarci. Gioia e dolore piangono le stesse lacrime, sono la madreperla della vita, e quel che conta nella vita è mantenere intatto quel pezzetto di cuore, così difficile da raggiungere, così difficile da ascoltare, così difficile da donare, perché lì tutto è vero» (A. D’Avenia, Cose che nessuno sa, p. 221).

*«Colui che ama deve di conseguenza attraversare quella frontiera che lo confinava nelle proprie limitazioni. Per questo si dice dell’amore che scioglie il cuore: ciò che è sciolto non è più confinato nei propri limiti» (Tommaso D’Aquino, Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo III XXV, I, I, 4 m).

*«Amare significa… essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno… Proteggetelo avvolgendolo con cura in passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo con il lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno – al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto – esso cambierà: non si spezzerà, diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. L’alternativa al rischio di una tragedia è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’inferno» (C. S. Lewis, I quattro amori. Affetto, amicizia, eros, carità, Jaca Book, Milano 1982, p. 153).

*«L’unica soluzione al mistero del dolore e della morte è la fiducia nel suo amore… Sapete cosa fa il pellicano quando i suoi piccoli sono affamati e non hanno cibo da offrire loro? Si ferisce il petto con il suo lungo becco e ne fa sgorgare sangue nutriente per i piccoli, che si abbeverano alla sua ferita come a una fonte. Come ha fatto Cristo con noi… ha sconfitto la nostra morte di piccoli affamati di vita donando il suo sangue… il suo dono è più forte della morte… solo quest’amore supera la morte. Chi lo riceve e lo dona non muore, ma nasce due volte… Anche Dio spreca il suo sangue: una pioggia infinita di amore rosso sangue bagna il mondo ogni giorno nel tentativo di renderci vivi…» (A. D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, p. 228).

*«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore. La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,19-23).

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