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 53. La pedagogia dell’amore – Ossia la nostra difficoltà di capire come ci ama Dio

P. Giovanni Boggio ha molta familiarità con la Bibbia, specie con i testi del primo testamento, e non perde occasione per mettere in luce la saggezza umana e religiosa  che quei testi, cioè questa Parola di Dio,  è capace di dire anche all’uomo di oggi. Qui si tratta della questione dell’educare che proprio per amore si assume il compito di correggere l’errore, di punire lo sbaglio, di guidare con fermezza verso la meta della maturità. Un discorso difficile da accettare nella cultura contemporanea, spesso contrapposto ad una idea di misericordia che non corrisponde al dato biblico. Il problema vero è non perdere la finalità dell’educare riconoscendo che il vero amore sa anche essere forte e dolce, tenero ed esigente. Infine un amore sempre capace di accogliere e di accompagnare, come fa il buon Dio con ciascuno di noi.

 

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53. La pedagogia dell’amore – Ossia la nostra difficoltà di capire come ci ama Dio

       (Giovanni Boggio)


Mercoledì 4 febbraio all’Angelus, il papa ha rivolto ai pellegrini un discorso sul tema della famiglia fermandosi in modo particolare a delineare il ruolo del padre nell’educazione dei figli. A partire da un testo del libro dei Proverbi (23,15-16) il papa evidenziava la gioia di un padre nel vedere il proprio figlio pienamente inserito nella vita, realizzato in tutte le sue aspirazioni grazie ai valori umani che era riuscito a trasmettergli attraverso una presenza costante ma discreta durante gli anni della sua formazione.

Avviandosi alla conclusione, papa Francesco aggiungeva una breve considerazione sulla necessità che a volte si presenta di dover anche correggere il figlio che sbaglia. E riportava la battuta di un padre: « Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli … ma mai in faccia per non avvilirli”» e il papa commentava «Che bello! Ha senso della dignità. Deve punire, lo fa in modo giusto, e va avanti».

Stranamente (fino a un certo punto…) il papa non ha citato i versetti 13-14 dello stesso capitolo 23 che avrebbero offerto un fondamento biblico straordinario alla sua affermazione che però, forse, gli era sembrata già fin troppo azzardata e, certamente contro corrente.

Tanto che quelle cinque righe, dopo una pagina intensa e rasserenante, hanno messo in agitazione i fautori di una pedagogia basata su presupposti ideologici molto seguiti che denunciano come repressivo della libertà e della dignità della persona qualsiasi intervento che sappia di punizione, specialmente se fisica. Quel verbo “picchiare”, pur con l’esclusione motivata di alcune parti del corpo, non è andato giù ai benpensanti buonisti. Il giorno dopo alcuni giornali, ironizzavano sulle affermazioni del papa ricordando il “pugno” dichiarato lecito da Francesco se qualcuno avesse insultato sua madre.

Non si può pretendere da un giornalista “laico” la conoscenza di tutte le rubriche liturgiche, anche se sarebbe auspicabile un minimo di documentazione, richiesta dalla deontologia professionale, quando si emettono giudizi sul comportamento delle persone. Se ci fosse stata questa attenzione elementare, si sarebbe visto che la prima lettura della messa celebrata proprio la mattina di quel mercoledì 4 febbraio riportava alcuni versetti della Lettera agli Ebrei che meritano di essere letti per intero, anche se la citazione è un po’ lunga, perché ci immettono in pieno nel tema che ci interessa.

«4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato 5e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; 6perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. 7È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? [8Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità.] 11Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati» (Ebrei 12,4-11).

Il testo liturgico continua ancora fino al v. 15 ma omette i vv. 8-10 che ho riportato tra [ ]. Ora, non ho la testimonianza diretta che il papa si sia ispirato a questa lettura per proporre il tema dell’educazione nel suo discorso ma, conoscendo la sua abitudine di commentare le letture della messa del giorno, mi sembra legittimo pensare che lo abbia fatto anche in questa occasione. Mi pare anche significativo il fatto che nel discorso abbia dato molto più spazio al risultato positivo di un’educazione ben riuscita che non al momento della correzione o del castigo per gli sbagli commessi dal figlio nel periodo della sua formazione alla vita.

Il contesto generale della lettera agli Ebrei è la spiegazione della persona e della missione di Gesù soprattutto nella sua qualità di sacerdote e vittima del sacrificio di se stesso. Il contesto immediato è l’esempio che ci ha lasciato di accettare la sofferenza e la croce per ottenere a tutti la liberazione dal peccato. I cristiani sono esortati a vedere nelle sofferenze dovute alla loro fede un intervento del Padre celeste per liberarli dal peccato. Come per Gesù la morte in croce non è stato un castigo ma l’atto estremo dell’amore del Padre, così i cristiani devono interpretare la lotta faticosa contro il peccato come espressione dello stesso amore.

 Dalla pedagogia umana alla pedagogia di Dio

 L’autore della Lettera fonda il suo insegnamento sull’esperienza derivata dalla vita familiare dell’epoca, ancora influenzata dalle tradizioni ereditate dal nomadismo delle tribù patriarcali. Mancando, com’è ovvio, un’istituzione apposita, l’educazione dei giovani era compito di ogni padre che doveva garantire la sopravvivenza della famiglia e della tribù. Le difficili condizioni di vita nel deserto esigevano un addestramento severo che non indulgeva a cedimenti sentimentali controproducenti. Se la vita era dura, era necessario abituare i giovani ad affrontarla se si voleva che non venissero sopraffatti dagli eventi che avrebbero potuto travolgerli. Ci troviamo di fronte ad un realismo che può anche apparire brutale alla nostra sensibilità ma che invece manifesta un amore vero che mira a raggiungere risultati positivi anche a costo di qualche provvedimento severo. Il libro del Siracide presenta una sintesi del metodo educativo che un buon padre dovrebbe seguire. Lascio alla lettura personale tutto il testo (Siracide 30,1-13), limitandomi a riportarne un solo versetto che mi pare emblematico: «Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, ad ogni grido il suo cuore sarà sconvolto» (v. 7).

A questo proposito, in un commento al Corano di Magdi Cristiano Allam ho trovato un’osservazione che può aiutarci ad entrare nel contesto dell’ambiente medio-orientale. «Per gli abitanti della steppa e del deserto il seguire la retta via e il lasciarsi guidare da chi la conosceva era non di rado questione di vita o di morte» (il Corano, spiegato da M. C. Allam, Biblioteca delle libertà, 2015, pag.19).

È in questo contesto ambientale e sociale che si devono collocare le riflessioni che gli anziani (i nonni, direbbe poi papa Francesco) trasmettevano ai loro figli diventati a loro volta padri. I libri della Bibbia che raccolgono questa saggezza spicciola nata dall’esperienza appartengono a quel gruppo di scritti che gli studiosi chiamano Letteratura sapienziale. L’idea di fondo che li accomuna è che Dio si manifesta nelle vicende quotidiane, regolate da leggi misteriose che non erano state stabilite da uomini ma che erano presenti in modo massiccio nella natura.

E chi le aveva dettate se non Dio? In questa prospettiva l’intelligenza umana non era considerata in contrasto con Dio ma veniva vista come lo strumento necessario per comprendere, per quanto possibile, i misteri che avvolgevano l’uomo nel suo essere e nella sua vita. La longevità degli anziani era la dimostrazione che avevano superato con successo le avversità di un ambiente ostile, avevano percorso una strada piena di ostacoli e quindi erano in grado di insegnare ai giovani i segreti della loro riuscita.

Se una vita lunga dell’uomo poteva insegnare il modo di viverla bene, tanto più questo doveva valere per Dio, che non per niente poteva essere presentato come “il Vecchio di giorni” (Daniele 7,9). Questa espressione sottintende una lunga esperienza, idea che si può trovare anche nell’altro modo di indicarlo come “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, come per dire che riassumeva in sé l’esperienza dei patriarchi. Perciò questa caratteristica qualificava anche Dio come il “sommo sapiente” da cui aveva avuto origine la stessa sapienza.

Queste considerazioni portavano a sovrapporre, in qualche misura, il piano dell’azione di Dio a quello dell’uomo. O viceversa a immaginare che Dio si comportasse con gli uomini come faceva un buon padre che cercava di preparare i figli ad affrontare la vita in tutta la sua cruda realtà, non illudendoli con promesse ingannatrici.

 Un caso tipico di educazione sbagliata

 La Bibbia presenta un episodio drammatico per le conseguenze che ha causato nella storia del popolo ebraico. Secondo il racconto biblico, la divisione del regno avvenuta dopo la morte di Salomone è da imputarsi in gran parte all’educazione fallimentare impartita a corte ai figli del re e ai loro coetanei, appartenenti ad una nobiltà che anche allora viveva in un mondo irreale e che diseducava i figli facendoli crescere assecondando le loro inclinazioni peggiori. Basta leggere senza pregiudizi buonisti il capitolo secondo del primo libro dei Re per rendersi conto dell’arroganza e dell’imperizia politica e umana di Roboamo e dei giovani che erano cresciuti con lui. Non possiamo qui commentare il testo che però meriterebbe una riflessione attenta proprio dal punto di vista pedagogico.

Tornando al libro dei Proverbi, era comprensibile l’esortazione dei due versetti non citati (23,13-14). L’uso del bastone a tempo opportuno poteva evitare che il figlio venisse colpito in seguito dalla spada che avrebbe causato danni ben più disastrosi (lo salverai dal regno dei morti v. 14). Penso che valga la pena di notare anche l’ironia soggiacente al commento sdrammatizzante del v. 13 «se lo percuoti con il bastone non morirà».

È innegabile che il comportamento suggerito al padre dal libro dei Proverbi sia insopportabile per la nostra cultura, deformata da secoli di idealismo avulso dalla realtà e ultimamente dall’imperversare di bombardamenti mediatici che esaltano la libertà staccata dalla responsabilità e la ricerca del piacere individuale sotto qualsiasi forma si presenti.

Ma la vita reale non è così. Soltanto l’ipocrisia imperante (e interessata) vieta di riconoscere il fallimento di un’educazione basata sul permissivismo assoluto che spesso sfocia in comportamenti violenti. Ma si continua a rifiutare lo stretto collegamento tra violenza privata e collettiva con una concezione dell’uomo astratta e irreale. Sono decenni che assistiamo ad un crescendo di rivendicazioni di diritti individuali in nome della libertà senza alcun limite e staccata dalla responsabilità.

Giustamente vengono denunciati i casi di insegnanti di scuole materne che maltrattano i bambini ma parallelamente dovrebbero essere denunciati i genitori, gli insegnanti, i teorici della pedagogia e i politici che istigano i ragazzi all’arroganza e alla violenza per far valere diritti veri o immaginari. E così molte agenzie educative si sono trasformate in “bullifici” che hanno prodotto in serie cloni di modelli imposti dal consumismo e da ideologie di comodo.

Il fallimento di questa diseducazione è sotto gli occhi di tutti e incomincia a dare coraggio a quanti lo hanno costatato già da tempo ma che finora erano emarginati dalla pseudo cultura imperante. Finalmente si sentono voci che denunciano la pseudo educazione che ha prodotto i soprusi di fronte ai quali si ha anche la sfacciataggine di meravigliarsi.

 È l’inizio di una svolta?

 Sono stato piacevolmente sorpreso quando ho letto qualche giorno fa un articolo di Rita Querzè sul Corriere della sera (14 marzo, pag. 45), che affrontava con decisione il problema prendendo posizione in modo netto. L’autrice (si definisce “solo una mamma”) dopo aver descritto una scena disgustosa (protagonisti un bambino di sei-sette anni e la mamma) si chiede se non sia arrivato il momento di intervenire per cambiare il modo di educare i figli. Nel loro stesso interesse, se non vogliamo tirare su «una generazione di adulti fragili, maleducati ed egoisti […] Senza contare che il futuro dei nostri figli sarà in salita. E allora meglio insegnare subito loro ad arrampicare».

Mi sembrava di leggere i versetti dei Proverbi che parlavano di bastone, come anche sentivo l’eco dei versetti citati da papa Francesco e il suo commento quando ho letto: «Alla fine il maggior sollievo si ha dai propri ragazzi. Quando ti dicono, orgogliosi e forti: “Mamma, hai visto quel bambino come è viziato? Fa soltanto capricci”». Con queste premesse, non mi sono più meravigliato quando quella mamma ha affrontato seriamente anche l’ultimo tabù: la sculacciata, sfidando addirittura il Consiglio d’Europa. E mi sono chiesto: che razza di consigli vengono fuori da chi ha autorità ma è schiavo di pregiudizi?

Non meno dannosa però, è la rassegnazione dilagante che sta contaminando molti contemporanei che ormai non sanno reagire se non pensando e dicendo: “Che cosa ci posso fare io?”. È la mentalità perdente che porta diritto alla sconfitta. E si sta diffondendo sempre più questo senso di impotenza che paralizza i cervelli e soffoca ogni tentativo di reazione.

Con questo non voglio assolutamente affermare la validità di metodi educativi repressivi applicati in passato anche in ambienti di chiesa. A volte mascheravano autentiche perversioni fatte passare per desiderio di ascesi praticata (voglio credere) forse anche in buona fede. Riconoscere le esagerazioni e gli errori del passato non significa rifiutarlo totalmente ma impegnarsi a non ripetere quanto si è rivelato in contrasto con i principi a cui anche noi ci ispiriamo.

 Il giubileo della misericordia

 Papa Francesco ha indetto per il prossimo anno un giubileo incentrato sul grande tema della misericordia. Sarà certamente l’occasione per riflettere su di un argomento fondamentale per capire il nostro rapporto con Dio, ma a patto che lo si affronti seriamente, come lo presenta la Bibbia e non venga filtrato attraverso i criteri imposti dal buonismo imperante.

Cercherò di esprimermi nel modo più chiaro possibile. Se scelgo i testi biblici che parlano esplicitamente della misericordia di Dio che tutto perdona, anche i peccati più aberranti e mi fermo a questo livello di ricerca, otterrò un’antologia abbondante di affermazioni bellissime che possono incoraggiare anche i più disperati ad avere fiducia di ottenere il perdono di Dio.

È un messaggio bellissimo, di cui il mondo ha estremo bisogno. Il messaggio nasce da testi biblici accuratamente selezionati, ma il messaggio che trasmettono è proprio quello che ci vuol dare la Bibbia? È “nella” Bibbia, ma è proprio “della” Bibbia? È proprio quello che Dio ci vuole insegnare? Se concentriamo l’attenzione soltanto sul perdono che Dio concede “a tutti” senza distinzione, non corriamo il rischio di attribuire alla Bibbia qualcosa che fa comodo a noi ma che è l’opposto dell’insegnamento autentico che ci vuol dare? Presentare la misericordia isolata dal contesto storico, culturale, religioso, letterario in cui la Bibbia la colloca significa strumentalizzare quella che continuiamo a proclamare “parola di Dio” mentre invece la trattiamo come una parola che fa comodo a noi.

Per essere ancora più chiaro, se parlo dell’amore di Dio che tutto perdona, insegno una grande verità che diventa ancora più meravigliosa soltanto se capisco che Dio accoglie sempre e comunque il figlio che “ritorna da lui” dopo aver riconosciuto il fallimento a cui lo hanno portato le sue scelte sbagliate che lo hanno ridotto alla fame e al degrado. I testi biblici che abbiamo citato, e tanti altri dello stesso tenore, descrivono quest’altra faccia della medaglia fino ad arrivare a dire che Dio stesso interviene a volte con decisione nel tentativo di impedire al figlio di autodistruggersi. E questo lo fa perché lo ama.

 Dalla pedagogia di Dio alla pedagogia dell’uomo

 Gli autori dei libri sapienziali (e noi li riteniamo ispirati da Dio) hanno il coraggio di insegnarlo apertamente, come abbiamo visto. Papa Francesco si muove sulla stessa linea, cercando di non ferire troppo la suscettibilità ipersensibile della cultura contemporanea, per far passare qualcosa del vero messaggio biblico. Che è un messaggio robusto, a volte anche ruvido e brutale fatto da gente abituata a guardare in faccia la realtà e a chiamare le cose con il loro vero nome. Però anche al tempo di Geremia c’erano di quelli che per ottenere vantaggi personali cambiavano nome alle cose illudendosi di cambiare anche la realtà.

“Non ascoltate le loro parole – dice Geremia – essi vi fanno credere cose vane, vi annunziano fantasie del loro cuore. Promettono benessere e felicità a quelli che si comportano in modo contrario alla volontà di Dio” (cfr. Ger 23,16-17). In pratica, questi “profeti” insegnano che Dio dimostra il suo amore premiando i delinquenti e così rendendosi loro complice nel compiere il male. In questo modo impediscono ai peccatori di fare l’unica cosa che possa attrarre su di loro la misericordia divina: cambiare vita e chiedere sinceramente perdono.

L’immagine di un Dio che fa finta di non vedere le marachelle del figlio e che è disposto a chiudere un occhio come se non fosse capitato niente, non è certamente l’icona di Dio che ci viene presentata dalla Bibbia. Il Padre buono di cui ci parla anche Gesù non si identifica con un vecchio affetto da Alzheimer che dimentica tutto e che possiamo tranquillizzare con quattro moine e con qualche placebo per poi abbandonarlo sulla sua sedia a rotelle e continuare nella nostra vita spensierata fino alla prossima visita.

Eppure sembra essere proprio questa l’idea di Dio che molti cristiani si sono fatta. O almeno è questa l’impressione che si ha quando si vedono celebrazioni spettacolari, pellegrinaggi, fiaccolate, processioni o quando si assiste a dibattiti, tavole rotonde, riunioni pastorali programmatiche e poi si guarda la vita dei battezzati nella sua quotidianità in famiglia, nell’ambiente di lavoro, nella politica, nello sport o nel divertimento. “Ho pagato la mazzetta al Boss, mi sono garantito la sua protezione e quindi sono libero di fare quello che mi pare” sembra che pensino molti cristiani, che più o meno consapevolmente trasferiscono questa convinzione nell’educazione dei figli. E questa mentalità è condivisa dall’ambiente scolastico e contamina necessariamente anche i rapporti educativi all’interno di associazioni e movimenti che dichiarano di ispirarsi al vangelo.

Una lettura della Bibbia, anche superficiale, ci presenta un Dio molto diverso dalla caricatura che ne hanno fatto certe presentazioni buoniste oggi di moda in cerca della complicità di Dio più che della sua volontà. Il Dio di Gesù è certamente buono ma è anche severo ed esigente con i suoi figli, proprio perché li ama. Prendo in prestito l’inizio di qualche parabola di Gesù per ipotizzare un caso che potrebbe essere emblematico: “Chi di voi, avendo dei figli che ama, sorprendendone uno che sta per tagliarsi i polsi non interviene per impedirgli di compiere un gesto folle, anche a costo di usare maniere forti e, se è il caso, di intervenire con violenza per evitare il peggio? O preferireste un padre che si limita a prendere atto di ciò che sta per accadere e che concentra il suo amore per il figlio in un bell’elogio funebre, magari anche denunciando la società corrotta”.

Non è elegante citare se stessi, ma in questo caso è inevitabile perché nel 2009 ho pubblicato sempre su Lettere Giuseppine una riflessione su questo stesso tema. Mi fermavo soprattutto sull’esperienza che san Leonardo aveva fatto nella sua adolescenza e che avrebbe segnato tutta la sua vita. San Leonardo ha capito la grandezza dell’amore di Dio a partire dalla paura di andare all’inferno a causa dei peccati che aveva commesso e che gli sembravano enormi, tanto da meritargli la dannazione eterna. Confrontavo la pedagogia che Dio aveva seguito nell’educare il giovane “peccatore” con quella descritta nella Bibbia per l’educazione del popolo ebraico e concludevo che non c’erano differenze: il castigo, o anche solo la paura del castigo, erano la linea di partenza di una corsa che avrebbe portato al traguardo della scoperta dell’amore di Dio. Presentare il traguardo come un dato acquisito da cui partire verso altre mete non è solo antistorico e contrario alla ragione ma è anche causa di fraintendimenti che portano a risultati disastrosi, come quelli che rileviamo nell’educazione propinata ai giovani oggi.

In quelle riflessioni non entravo nell’argomento della pedagogia seguita dal Murialdo nell’educazione dei giovani Artigianelli. Argomento interessante senza dubbio ma che mi avrebbe costretto a ricerche impegnative che forse altri potrebbero fare con più competenza. Mi è parso opportuno trattenermi ancora sul versante biblico che, oltre ad essere oggetto dei miei studi specifici, mi pare sia a volte affrontato con una certa, diciamo, disinvoltura. Certamente, ognuno è libero di pensare e agire come vuole, ci mancherebbe altro! Però non si può presentare come insegnamento derivato dalla Bibbia quello che invece dipende da altre matrici culturali e che risponde ad un’immagine dell’uomo assolutamente irreale (Cfr. Dalla paura all’amore. L’itinerario spirituale di san Leonardo Murialdo, in Lettere Giuseppine, 31 ottobre 2009, pag. 185-190).

 Concludo la mia riflessione, che potrebbe continuare ed essere maggiormente approfondita, con le parole che papa Francesco mette sulla bocca di un padre, nel discorso da cui siamo partiti: «Sarò felice ogni volta che ti vedrò agire con saggezza, e sarò commosso ogni volta che ti sentirò parlare con rettitudine. Questo è ciò che ho voluto lasciarti, perché diventasse una cosa tua: l’attitudine a sentire e agire, a parlare e giudicare con saggezza e rettitudine. E perché tu potessi essere così, ti ho insegnato cose che non sapevi, ho corretto errori che non vedevi. Ti ho fatto sentire un affetto profondo e insieme discreto, che forse non hai riconosciuto pienamente quando eri giovane e incerto. Ti ho dato una testimonianza di rigore e di fermezza che forse non capivi, quando avresti voluto soltanto complicità e protezione. Ho dovuto io stesso, per primo, mettermi alla prova della saggezza del cuore, e vigilare sugli eccessi del sentimento e del risentimento, per portare il peso delle inevitabili incomprensioni e trovare le parole giuste per farmi capire».

Mi pare che queste frasi non siano altro che la traduzione in linguaggio moderno di quella che la Bibbia chiama “nuova alleanza” annunciata nel libro di Geremia (31,31-34), attuata da Gesù in tutta la sua vita e lasciata a noi come modello a cui ispirare le nostre azioni. In altre parole si tratta di condividere i progetti di Dio non perché costretti da leggi insopportabili perché incomprensibili ma per convinzione profonda, perché sono stati fatti propri. La pedagogia di Dio nell’educare il suo popolo diventa così il paradigma entro cui sviluppare ogni rapporto educativo in famiglia, nella società e nella chiesa.

Forse ai cultori della moderna pedagogia “scientifica”, quella presentata dalla Bibbia potrà apparire “ruspante” e tali appaiono anche agli specialisti delle singole discipline la teologia, la morale, la sociologia, la filosofia che si ricavano dalle pagine bibliche. La cosa non deve meravigliare più di tanto. Le riflessioni che troviamo nella Bibbia nascono da un’esperienza di vita semplice, che si può riscontrare sostanzialmente molto simile in tutte le culture. Le scienze moderne pur movendo da una base empirica si preoccupano di organizzare i dati raccolti, in strutture sistematiche spesso costruite per rispondere ad esigenze ideologiche o economiche. I problemi sollevati dalla globalizzazione delle strutture educative sono sotto gli occhi di tutti.

Se provassimo almeno noi, educatori cristiani, a dare più peso alle indicazioni autentiche derivanti dalla Bibbia anche a costo di andare contro corrente, ci si accorgerebbe che qualcosa potrebbe davvero cambiare. In meglio.

 

Giovanni Boggio

Si può leggere il discorso del papa e vedere il filmato al seguente link:

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2015/2/4/udienzagenerale.html

Altri interventi sullo stesso tema si possono trovare sul blog: giovanni boggio blog la scala dei santi.

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