35. La pedagogia del Murialdo e la pedagogia di Freire – Possibili punti di contatto

L’autore individua una serie di indicazioni pedagogiche espresse dal Murialdo e da Freire, come: dare importanza ad una relazione basata sull’amore, aver fiducia che ogni ragazzo può essere educato, apertura universale e missionaria del proprio operare per un mondo migliore, una educazione che porta la persona ad essere autonoma. Anche relativamente a certi comportamenti che l’educatore deve assumere, il Murialdo e Freire si trovano in sintonia: ascoltare, operare con amore pieno, guardare Gesù come pedagogo (del pedagogo Fiori), conseguire un traguardo di una coscientizzazione e una liberazione dalla propria situazione di “minorità”, entrare in dialogo con le persone e le loro situazioni. Nonostante la differenza della loro storia e cultura, per quanto riguarda l’educazione, sembra che alcuni principi siano comuni e condivisi.

Balduino Andreola 

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35. La pedagogia del Murialdo e la pedagogia di Freire – Possibili punti di contatto (Balduino Andreola)


Da molto tempo sono andato convincendomi che i punti di contatto tra il Murialdo e Paulo Freire sono molteplici e profondi, come ho avuto modo di indicare nel corso del Seminario svolto nel 2005 a Fezenda Sousa. Ora p. Alejandro Bazan mi ha chiesto un articolo sul tema. Ricordo che vari Giuseppini hanno trovato in Freire spunti per la pedagogia murialdina. Nel libro degli Atti del Seminario del 2005, leggo idee interessanti di G. De Rosa e L. Alcota (pp.160-161). Altri due Giuseppini che hanno studiato Paulo Freire sono mons. Celmo Lazzari che, essendo mio allievo di filosofia all’Università di Caxias do Sul, elaborò il suo lavoro conclusivo sulla “Pedagogia dell’Oppresso”. Quando, in seguito, divenne superiore provinciale, gli chiesi quale era stato il motivo per cui aveva letto le opere di Freire, e mi rispose che era stato spinto da p. Angelo dell’Alba. Quindi, questi studiosi giuseppini possono dare il loro contributo a questo “dialogo” Murialdo/Freire.

Come primo approccio, in un articolo che abbiamo scritto insieme, p. Joacir Della Giustina e io, abbiamo scoperto contributi di Freire per una “pedagogia del cuore”. Freire parla spesso di amore nelle sue opere, ma soprattutto in tre testi molto suggestivi. Egli conclude la Pedagogia degli oppressi con il verbo amare, e scrive:

Anche se nulla dovesse rimanere di queste pagine, qualcosa, per lo meno, speriamo che rimanga: la nostra fiducia nel popolo. La nostra fede negli uomini e nella creazione di un mondo dove sia meno difficile amare.

La seconda citazione è tratta da una intervista che termina con la parola amore:

Per me è imprescindibile la affettività e l’amore. Ho ricevuto molte critiche, specialmente in America Latina, perché parlo molto sull’amore, e l’amore, secondo queste critiche, è un concetto borghese. Prima di tutto non sarei d’accordo nell’ammettere che sono stati i borghesi ad inventare l’amore. I borghesi possono essere padroni delle fabbriche, ma non dell’amore. L’amore è una dimensione dell’essere vivente e, a livello umano, raggiunge una trascendenza spettacolare. È in questo senso che affermo che la rivoluzione è un atto di amore. (O PASQUIM. 1978).

Nella medesima intervista, Freire parla dell’amore in una dimensione universale. Quando gli chiesero che cosa aveva imparato in quindici anni di esilio, rispose:

[…] Può sembrare una grande mancanza di modestia, un discorso assurdo, parlare della mia universalità. […]. No non voglio affermare che io sia, esistenzialmente, un animale universale. Ma solamente lo so perché sono profondamente “recifense”, profondamente brasiliano. E per questo ho incominciato ad essere profondamente latinoamericano e poi mondiale. Io sono capace di amare, enormemente, ogni popolo. (Freire, Ib.: p.10).

Questo “amare ogni popolo” apre l’orizzonte al dialogo interculturale e a una presenza missionaria in differenti contesti culturali. Se la Congregazione era piccola e limitata all’Italia ai tempi del Murialdo, lo spirito missionario di apertura alla Chiesa e alla sofferenza umana, specialmente dei giovani, non fissava limiti al suo amore. Nei documenti della Provincia Brasiliana, quando era superiore provinciale p. Celmo Lazzari, risulta che p. Joacir Della Giustina, fu lasciato libero per dedicarsi alla Pastorale Nazionale del Minore. Qui, nel Rio Grande do Sul, abbiamo la FASE, ex FEBEM, istituzione per ragazzi che si trovano in situazione di rischio. Ad un professore invitato a tenere dei corsi di formazione, dissero: “Lei deve sapere che qui il recupero è nullo”. Dalla situazione di abbandono, dalla povertà, dalla miseria, dalla delinquenza, i ragazzi erano portati a questa istituzione. Da lì ritornano alla strada, all’abbandono, al crimine, al carcere o all’assassinio? Il risultato non sarebbe invece differente se la gente comprendesse che non sono sufficienti la competenza intellettuale e tecnica, se manca la “pedagogia del cuore”? Quei giovani, nella loro ribellione, non griderebbero le stesse parole con le quali quel piccolo abbandonato supplicò un giorno il Murialdo: “Fammi tu da padre, io non ho più nessuno” (Antologia delle Fonti carismatiche: p. 238).

Sicuramente, il Murialdo avrebbe voluto dire sì a milioni di voci come questa nel mondo di oggi. Nel libro Antologia delle Fonti carismatiche (p. 235), leggo il titolo “Giovani a rischio”. Oggi, più che mai, è immenso il numero di ragazzi e giovani “a rischio”. E il rischio maggio, forse, sta nel traffico di droghe. È tragico ciò che rivelano le statistiche: che oggigiorno i tre mercati più redditizi sono il commercio di armi, il narcotraffico e la tratta degli esseri umani, in un mercato globalizzato in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Tra il Murialdo e Freire ci sarebbero affinità da esplorare nel campo della “questione sociale”. Il Murialdo vedeva che “[…] la miseria era causata dallo stesso processo di industrializzazione liberale che, in quei primi anni, portava benefici a pochi e grande sofferenza a molti” (Antologia delle Fonti …, pp. 223-224). Riguardo alla posizione di Freire citerò un solo frammento di una denuncia che impregna tutto il libro Pedagogia da Autonomia:

La grande forza che sostiene la nuova ribellione è l’etica universale dell’essere umano e non quella del mercato, insensibile ad ogni reclamo della gente e aperto unicamente alla bramosia del guadagno. È l’etica della solidarietà umana (Freire, 1997, p. 146).

Nonostante l’avidità e la perversità di questo mondo, la speranza costituisce il nostro orizzonte, come ci insegna il Murialdo (Antologia delle Fonti … : p.59-62) e Freire, nel suo libro Pedagogia da Esperanza: Um reencontro com Pedagogia do Oprimido. Per quanto concerne la Pedagogia degli oppressi non si tratta di un libro di “pedagogia” in senso tradizionale, ma un progetto di liberazione, e non appartiene a Paulo Freire, perché è stato reinventato da migliaia di educatori ed educatrici, da milioni di persone in ogni parte della terra, in scuole, università e movimenti sociali. Nella Scuola Superiore di Teologia sono stato supervisore della tesi di dottorato di un pastore metodista, Mario B. Ribeiro, su “Paulo Freire en el Consejo Mundial de Iglesias”. L’autore aggiunse la fotocopia del “Cronograma” di 150 viaggi internazionali di Freire in paesi di tutti e cinque i continenti e del suo amore preferenziale per le popolazioni dell’Africa. La nostra vocazione cristiana non può limitarsi a”la mia scuola, la mia università, la mia parrocchia, la mia congregazione”. Cristo stesso ci ha detto: “Ite mundum universum. Predicate evangelium omni creaturae”; impegno di tutti per la costruzione del Regno di Dio..

Il libro di Freire Pedagogia da Autonomia, già citato, rivela una grande affinità con la pedagogia murialdina. Farò leva su un elemento di ciascuno dei tre capitoli. L’1,9: “Insegnare esige il riconoscimento e l’assunzione dell’identità culturale”, mi sembra importantissimo per la congregazione, che si trova ad operare in contesti culturali così differenti. Il 2,7: “Insegnare esige gioia e speranza”, non c’è bisogno di commenti. Il 3,6: “Insegnare esige saper ascoltare”. Nei ragazzi e giovani poveri e abbandonati credo che esista una gran necessità di ascolto paterno o materno della grande Famiglia del Murialdo, con una attenzione premurosa ed amorevole. Secondo p. Raimundo Pauletti: “Nella pedagogia del Murialdo l’attitudine all’ascolto occupa un posto molto importante” (Atti del Seminario della Famiglia Murialdo: p.112), e aggiunge: “Ascoltare, un profondo gesto d’amore”.

In questo accostamento tra Freire e il Murialdo, permettetemi di ricordare un altro esimio educatore e filosofo eminente, Ernani Maria Fiori, un grande amico, compagno di lotta di Freire e autore del prologo della Pedagogia degli oppriessi, chiamato: “Aprender a dizer a sua palavra”. Accusato e giudicato ingiustamente nell’Università Federal de Rio Grande do Sul, dopo il golpe militare del 1964, Fiori andò in esilio. Cito brevi frammenti dell’ultima di una serie di conferenze inedite, che tenne a Toledo, Uruguay, nel 1967:

Il popolo di Dio si propone di fare storia. La storicità è la costruzione del mondo, l’edificazione del Regno di Dio. Tutti coloro che collaborano in quest’opera di amore e costruzione del mondo, sono partecipi del Regno di Dio. […] Il nostro impegno, se è un impegno con l’Assoluto, non è solo un impegno radicale, ma un impegno assoluto. L’amore, o è assoluto, senza condizioni, o non è amore.

Fiori cita, varie volte, in sua difesa, Emmanuel Mounier, la Pacem in Terris di Giovanni XXIII e la la Lumen Gentium del Vaticano II. In questa dimensione del Vangelo e della Chiesa, vale la pena ricordare che Freire offre apporti interessanti, soprattutto nel libro l’ Azione culturale per la libertà (pp.123-148), con un lungo testo intitolato, El papel educativo de las Iglesias en América Latina. In una linea di una pedagogia secondo il Vangelo, abbiamo una lettera scritta da Freire a quattro seminaristi tedeschi, pubblicata come: Conoscere, praticare, insegnare i Vangeli, che comincia così: “Spesso affermo che, indipendentemente dalla posizione cristiana nella quale sempre cerco di stare, Cristo è per me, un esempio di Padagogo”.

Roger Garaudy, nel libro, Per un dialogo di culture, considera Paulo Freire “il più grande pedagogo del secolo”. Non dobbiamo dimenticare che la sua famiglia, in conseguenza della grande crisi del ’29, cadde in estrema povertà, e avendo perso il padre a tredici anni, il piccolo Paulo soffrì la fame. Questa esperienza, scrisse, gli fece comprendere la fame degli altri. Un giorno la madre lo prese per mano e andarono a cercare una scuola per lui. Fu accolto gratuitamente in una scuola privata a Recife. Se i giuseppini fossero stati lì, forse avrebbe potuto frequentare una scuola “San Giuseppe del Murialdo”. Nella storia della Chiesa latinoamericana non possiamo dimenticare l’influenza di Freire e Fiori, evidente nei documenti di Medellin, 1968. I temi dell’oppressione, della liberazione e la coscientizzazione sono presenti. Esiliato in Cile, come Freire, Fiori fu invitato dal rettore dell’Università Cattolica di Santiago, per coordinare, in qualità di Vice-rettore, la riforma universitaria. In tutto egli lavorava in dialogo e collaborazione con Paulo Freire. Nel 1967 fu invitato all’assemblea dei vescovi latinoamericani a Buga (Colombia) che si occupava della riforma universitaria.

Mi sembra importante sottolineare il dialogo tra la Pedagogia della Liberazione, la Teologia della Liberazione e la Filosofia della Liberazione. Gustavo Gutiérrez, nel suo primo libro, Teología de la Liberación, già cita la Pedagogia degli oppressi, publicato in spagnolo a Montevideo nel 1968. Ed Enrico Dussel, il principale filosofo della liberazione, nel suo libro Ética de la liberación, dedica una decina di pagine alla “coscientizzazione” secondo Freire.

Il dialogo è una componente fondamentale della pedagogia di Freire. Il dialogo, senza dubbio, non si limita alle relazioni interpersonali o di gruppo, dal momento che assume proporzioni universali nel dialogo tra le culture. Un contributo molto importante all’apertura missionaria e alla valorizzazione delle culture dei popoli indigeni, si trova in una lunga intervista di Freire, nel 1982, con missionari e missionarie riuniti a Cuiabà, capitale del Mato Grosso. L’intervista fu pubblicata postuma.

Termino citando due frasi del grido finale di Freire in favore della vita, nella Terza Lettera Pedagogica, che ci lasciò, senza terminare, sul suo tavolo di lavoro, quando morì nel 1997, chiamato Pedagogia da Tolerânza:

L’ecologia raggiunge una importanza fondamentale in questo finale di secolo. Essa deve essere presente in ogni azione educativa di carattere radicale, critico o liberatore […].

Facendo lo sgambetto ai deboli, ingannando gli sprovveduti, offendendo la vita, sfruttando gli altri, discriminando l’indio, il nero, la donna, non aiuto i miei figli ad essere seri, giusti e amanti della vita e degli altri (Pedagogia da Indignação, 2014: p. 77).

Balduino Antonio Andreola