46. La pedagogia della Pasqua

I tempi forti dell’anno liturgico sono vissuti in preparazione alla celebrazione dei momenti fondamentali della fede cristiana; in essi la Chiesa si presenta come maestra e saggia educatrice che sa accompagnare ognuno di noi e le nostre comunità perché possano giungere preparate ad accogliere e celebrare il mistero di Cristo. Così è per il Natale, mistero d’incarnazione, così è per la Pasqua, mistero di morte e di risurrezione; due solennità centrali per la nostra fede precedute da tempi di preparazione specifici: Avvento e Quaresima. Dopo aver parlato della pedagogia del Natale, vediamo alcuni aspetti della pedagogia della Pasqua.

Tullio Locatelli

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46. La pedagogia della Pasqua (Tullio Locatelli)


1. Una festa da preparare

La solennità della Pasqua è così importante e così centrale per la nostra fede di credenti che non può essere celebrata senza un’adeguata preparazione.

Le caratteristiche “pedagogiche” della preparazione sono almeno cinque:

1.1 Dare tempo al tempo. Il popolo di Israele cammina per 40 anni prima di arrivare alla terra promessa. Un tempo lungo ma anche necessario perché possa essere educato a vivere la sua identità, come popolo di Dio. La Quaresima dura quaranta giorni, un tempo che può sembrare eccessivo, ma che ci sta a dire che è così importante la Pasqua che ci vuole tempo per prepararsi, c’è tutto un cammino da compiere. Anche l’educare chiede tempo, la fretta può portare a saltare delle tappe che invece vanno vissute per se stesse e nell’insieme di un processo che nel tempo si sviluppa, si approfondisce, compie un cammino di maturazione.

1.2 Tutto è importante. Nel deserto il popolo cammina e si ferma, gioisce e si sente triste, canta e si lamenta, ubbidisce e si rivolta; un tempo nel quale diverse esperienze attraversano la sua vicenda, ma tutte sono importanti, perché tutte hanno qualcosa da insegnare. La vita non è sempre uguale e dare il giusto valore ad ogni esperienza ci aiuta a maturare con un sano realismo, senza cadere nel pessimismo perché diamo più importanza ai momenti neri, o in un ottimismo a buon mercato perché vediamo solo ciò che ci piace. Educare a leggere bene ogni esperienza della propria vita è fare discernimento in vista di un traguardo.

1.3 La chiarezza del fine. Il popolo è partito dall’Egitto per andare verso la terra promessa; non può dimenticare il fine per cui si è messo in viaggio, nemmeno può mettere in dubbio la meta nei momenti più difficili, sarebbe tradire il cammino. L’educazione vive di tanti momenti, di tanti processi, ma essi si raccolgono in unità se è chiaro il fine a cui si vuole arrivare: la maturità umana e cristiana dei nostri giovani, dei nostri ragazzi. Qualche volta può capitare che tale meta possa sembrare lontana, difficile, forse anche impossibile, ma solo essa da senso al nostro impegno, alla nostra buona volontà che nel richiamarsi al fine dell’educare trova una risorsa per non cedere, per non mollare.

1.4 Una buona guida. Mosè è la guida del popolo: in forza dell’incarico che il Signore gli ha consegnato, si prende la fatica di condurre il popolo verso la terra promessa. Anche lui alle volte è vittima della fragilità, spesso vorrebbe lasciar il comando e di sicuro perde la pazienza con questa gente dalla dura cervice; ma poi si trova a parlare con il Signore, da Lui riceve forza e coraggio, e, quindi, scende dal monte e fa rimettere in viaggio la sua gente. Cammina con loro, li guida, li rimprovera, fa memoria della meta; soprattutto non si dimentica che questo popolo appartiene a Dio. Anche l’educatore impegna tutto se stesso nel servizio che gli viene chiesto, sapendo che questi ragazzi appartengono a Dio e bisogna fare di tutto perché “ne perdantur”.

1.5 Un popolo in cammino. Il libro dell’Esodo non ci presenta la storia di un singolo, una vicenda solitaria di una sola persona. E’ la storia di un popolo che vive il passaggio dalla schiavitù alla libertà, dall’essere un insieme di genti diverse alla formazione di un popolo ricco della sua identità. Se qualche personaggio singolo emerge (Mosé, Aronne, Giosué), è perché ha un compito particolare verso tutto il popolo, vero protagonista di tutta la vicenda. E’ significativo questo educare un popolo, questo aiutare le singole persone a maturare dentro un contesto ampio, condiviso, partecipato, dove ognuno è se stesso perché è in relazione con gli altri.

2. Una festa da celebrare

2.1 Vi ho chiamato amici. La celebrazione del mistero pasquale inizia con la cena del Signore con i suoi discepoli che egli chiama “amici”. Un momento di forte intimità: Gesù compie gesti e dice parole che sono il suo testamento, ciò che essi dopo di Lui e in suo nome sono chiamati a dire e a fare. Il primo momento è proprio questo: entrare in una certa intimità con il Signore, per capirne i gesti e gustarne le parole; entrare in amicizia con Lui. Il sentimento che fonda l’amicizia costruisce un forte legame tra educatore ed educando, permette di creare un clima nel quale è più facile percepire il messaggio.

2.2 L’amicizia infranta. Pietro che promette una fedeltà fino alla morte, poi tradisce Gesù negando di essere uno dei suoi; con Giuda il bacio da segno di una intimità diventa segno di un tradimento. Dispiace sempre accorgersi che la nostra azione non è capita, che gli entusiasmi passano in fretta, che anche da chi ci aspettavamo qualcosa di meglio, purtroppo arriva qualche sorpresa amara. E’ da mettere in conto che la libertà dell’altro è aperta all’amore e al tradimento, alla sequela e all’abbandono. L’educatore sa che non è mai padrone della coscienza dell’altro.

2.3 Il dono di se stessi. Gesù dona tutto se stesso e questo rende vere le sue parole e i suoi gesti. Fedele al Padre che lo ha inviato per dare la sua vita per la salvezza dell’uomo, Gesù resta ubbidiente al Padre fino alla morte e alla morte in croce. Anche Lui sente la fatica, il dolore, la sofferenza, ma tutto diventa offerta per amore verso gli uomini. Educare non può essere solo una professione che ci coinvolge qualche ora al giorno, è una vocazione, un impegno che riguarda il nostro essere prima ancora che il nostro fare. Nell’educare facciamo dono di noi stessi agli altri e per amore degli altri ci carichiamo anche della fatica e della sofferenza che questo comporta.

2.4 Dare la vita per la vita. Gesù offre la sua vita per la vita dell’uomo, perché la nostra vita possa dirsi più forte della morte. Non ci sono altre strade: solo il dono della vita porta vita. Alla fine il vero dono per gli altri è la nostra vita spesa a loro servizio, perché la loro vita sia piena, bella, buona. L’educatore è a servizio della vita del giovane attraverso le varie modalità con cui lo si aiuta a crescere e a crescere bene. Alle volte sarà facile, altre volte difficile; alle volte potremo dirci soddisfatti di avere raggiunto un certo successo, altre volte dovremo costatare che la croce non ha ancora portato frutto, ma non possiamo mettere tra parentesi che educare è già condividere la nostra vita perché un giovane possa fare esperienza che la vita può essere vissuta bene, in pienezza.

3. Una festa da vivere

3.1 Entrare nella terra promessa. Il fine del cammino porta ad iniziare una nuova vita per questo popolo al termine del suo lungo viaggio: una vita in libertà, dentro una terra che gli appartiene, alla luce di una promessa che il Signore ha espresso e mantenuto. La Pasqua è vivere un passaggio, dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà. Quanti passaggi nella nostra vita! Educare a vivere i passaggi che la vita ci chiede sapendo che spesso non è facile, è impegnativo, chiede responsabilità, accettazione del nuovo. Eppure educare vuol dire proprio portare fuori (e-ducere), da una situazione vecchia ad una nuova, migliore, più ricca di vita. Non si può rimanere sempre adolescenti, occorre sapere diventare giovani, crescere in umanità. Educare allora è accompagnare, aiutare a fare questi passaggi come momenti belli seppur faticosi, ad accettare che la vita cresca dentro e attorno come un dono da custodire, da conoscere sempre meglio, da portare a maturazione piena.

3.2 Una vita fedele. Vivere il passaggio, è guardare con gratitudine il passato, vivere con passione il presente, accogliere con speranza il futuro. Allora la Pasqua-passaggio è vera! Gratitudine, passione, speranza non si contrappongono ma si “fecondano” reciprocamente. Dico grazie ma non torno indietro, mi impegno nell’oggi ma guardo avanti, guardo avanti ricco del cammino già fatto. Siamo chiamati ad educare al dire grazie, a vivere con impegno, ad impegnarci ricchi di speranza. E’ bello educare al mistero della Pasqua, di un passaggio che ci immette nella luce di Cristo risorto che illumina il cammino dei nostri giorni.

Tullio Locatelli