Piazza Consolata – Torino

Il santuario della Madonna Consolata

E’ la chiesa più nota e cara ai torinesi. La facciata, neoclassica, è del 1860, ma la chiesa ha una storia molto più antica. Secondo la tradizione, il quadro della Madonna che vi si venera (altare principale) apparteneva alla vecchia chiesa di Sant’Andrea, ormai in rovina. Andato perduto sotto i ruderi dell’edificio, fu ritrovato da un cieco di Briançon (Jean Ravache) il 20 giugno 1104. La “riscoperta” dette l’avvio alla costruzione, sul medesimo luogo, di una nuova chiesa, in stile romanico (ne resta il campanile), poi sostituita dall’attuale santuario barocco, iniziato da Guarino Guarini nel 1678 e completato nelle linee essenziali vent’anni dopo la sua morte, nel 1703. La cupola fu terminata nel 1717. L’altare maggiore è di Filippo Juvarra (1729). L’interno subì ulteriori importanti modifiche tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Fino al 1834, cioè ai tempi dell’infanzia del Murialdo, il santuario era custodito dai Cistercensi, poi dagli Oblati di Maria Vergine, fondati dal Lanteri, soppressi con le leggi del 1855. A loro subentrarono i Frati Minori (Francescani) nel 1857. Dal 1871 fino ai nostri giorni il santuario è officiato dal clero diocesano. Dal 1880 al 1926 ne fu rettore il beato Giuseppe Allamano, fondatore di due famiglie religiose missionarie intitolate appunto alla Consolata.

L’interno è al tempo stesso complesso ed armonico, essendo in pratica costituito da tre diverse chiese attigue e comunicanti. Appena entrati, ci si trova nella chiesa di Sant’Andrea. Conserva la configurazione ellittica progettata da Guarino Guarini. L’altare principale è sulla sinistra: vi si può ammirare il dipinto che raffigura il martirio di Sant’Andrea, del Reffo (1904).

L’altare di San Giuseppe Cafasso è ornato da un quadro di Guglielmino, mentre l’urna in bronzo che contiene le reliquie del santo è stata eseguita da Anacleto Barbieri (entrambi gli autori appartenevano alla Scuola Reffo).

Ben a ragione Cafasso è sepolto in questa chiesa, cuore religioso di Torino, egli che ebbe una parte così notevole nella formazione spirituale e pastorale di tante generazioni di sacerdoti, suoi allievi al Convitto Ecclesiastico di San Francesco di cui fu rettore dal 1848 al 1860, anno della morte. Quel Convitto continuò poi qui alla Consolata, sotto la guida dell’Allamano.

Alcuni scalini ed una cancellata immettono nel vero e proprio santuario della Consolata, di forma esagonale, progettato da Guarini nel sec. XVII e ingrandito nel 1899 con le quattro cappelle ovali che lo circondano.

Icona della Vergine venerata nel santuario

Il grandioso altare di Filippo Juvarra incornicia e sorregge il quadro della Madonna Consolata, olio su tela, risalente probabilmente alla metà del XVI secolo, imitazione e ricordo di qualche icona più antica.

Nel vano alla sinistra dell’altare maggiore sono collocate le statue di due regine, in preghiera davanti alla Consolata: Maria Teresa (1801-1855), vedova di Carlo Alberto, e la giovane Maria Adelaide (1822-1855), moglie di Vittorio Emanuele II, morta a 33 anni dopo aver dato alla luce un bambino, dodici giorni prima. Anche il piccolo sarebbe poi morto in quel 1855.

Invece il vano sulla destra dell’altare maggiore è dedicato alla memoria di Silvio Pellico (1789-1854), patriota, poeta e scrittore, assiduo frequentatore del santuario.

Mentre ci si avvia verso l’uscita, si nota a sinistra la cappella della Madonna delle Grazie, alquanto al di sotto del livello della chiesa di Sant’Andrea. Qui, tra le rovine dell’antico edificio sacro, secondo la tradizione, sarebbe stata ritrovata l’effigie della Madonna da parte del cieco di Briançon il 20 giugno 1104.

Don Reffo racconta che la madre di Leonardo era molto devota della Consolata e aveva fatto dono dei suoi diamanti al santuario. Alla Consolata poi essa affidò i suoi due figli, Ernesto e Nadino, prima della loro partenza (1836) per il collegio di Savona. Il ricordo di questo “affidamento” è presente anche nel Testamento spirituale del Murialdo ed è accompagnato dal ringraziamento alla Madonna, la cui protezione si fece sentire durante la crisi giovanile a Savona.

Diventato sacerdote e poi rettore del Collegio Artigianelli, il Murialdo partecipò, qui alla Consolata, a molte delle celebrazioni che avevano nel santuario il loro centro, prima fra tutte la festa liturgica, con la solenne processione, il 20 giugno.

Alle porte di questa chiesa venne spesso a chiedere l’elemosina per i suoi ragazzi del Collegio Artigianelli. Tese la mano anche alle porte di altre chiese, specialmente in quaresima: un gesto che costava molto a uno come lui, proveniente da una famiglia agiata e ben conosciuto in città.

La devozione del Murialdo alla Consolata si manifestò particolarmente in occasione della fondazione della congregazione. Volle che si celebrassero messe nel santuario per ottenere la protezione di Maria sul gruppo di religiosi che stava per nascere. Il 19 marzo 1873, al mattino, avvenne la fondazione. Nel pomeriggio, i primi 6 Giuseppini e i primi due novizi si recarono alla Consolata per ringraziare la Madonna.

Del resto la stessa idea centrale del Murialdo sulla devozione alla Madonna, quella di Maria mediatrice di ogni dono e di ogni grazia che ci viene da Dio, trovava uno dei suoi fondamenti proprio nell’orazione liturgica della festa della Consolata, approvata da Leone XIII nel 1885: “O Signore nostro Gesù Cristo, che con ineffabile provvidenza hai disposto che noi otteniamo tutte le grazie per mezzo della Madre tua Maria, concedici propizio che sempre siamo assistiti dall’aiuto e dalla protezione di colei che solennemente onoriamo sotto il titolo soavissimo della Consolazione” (Testamento Spirituale).

Ogni sabato si recava a pregare nel santuario e desiderava che i confratelli di Torino, potendolo, facessero altrettanto; esortava poi quelli delle altre case a visitare “la cara Madre di tutte le consolazioni” in occasione dei loro viaggi a Torino.

Il presbiterio e l’altare maggiore

“Volle poi ancora che tutti i sabati si dicesse nel frequentatissimo santuario una messa per la congregazione, che più tardi limitò al primo sabato del mese – scrive don Reffo – Alla Consolata era solito ricorrere per tutte le occorrenze della congregazione e dell’istituto [il Collegio Artigianelli], per il che, oltre alla visita del sabato, non poche altre ne faceva ogni volta che se ne presentava l’occasione”.

Tornati all’esterno, osserviamo, a sinistra dell’ingresso del santuario (e a destra per chi esce), la colonna in granito sorreggente una statua della Vergine. Si tratta dell’adempimento di un voto fatto dai torinesi alla Madonna, quando la città di Torino fu risparmiata dal colera del 1835 che si era invece diffuso in molte altre parti del regno di Sardegna.

Nel giardinetto adiacente alla parete sinistra del santuario si conserva un pilastrino con l’immagine della Consolata. Era uno dei tanti collocati in segno di ringraziamento lungo quella che era stata la linea di combattimento durante il minaccioso e per fortuna vano assedio francese del 1706. Un altro è custodito nel santuario di Nostra Signora della Salute.

In prossimità dell’incrocio tra via della Consolata e via Giulio, è visibile l’angolo nord-occidentale della cinta muraria romana, riportato alla luce nel 1884.

Percorso guidato

Giunti in via della Consolata, prima di dirigersi a sinistra, si osservi, verso destra, in fondo alla strada e al di là di corso Regina, l’ingresso della Piccola Casa della Divina Provvidenza, fondata da san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842). Alla Piccola Casa il padre di Leonardo aveva lasciato per testamento una somma di lire 4.000. Molti anni dopo (1887), mentre il Murialdo era angosciato dai debiti per il Collegio Artigianelli, un suo parente, il banchiere Vittorio Andreis, che pur conosceva la situazione del collegio, lasciò una somma allora altissima (un milione di lire) proprio al Cottolengo. Il Murialdo si affidò anche in quell’occasione alla Provvidenza e rimase tranquillo, esclamando: “Verranno per un’altra via”.

Sempre in fondo alla strada, e prima di corso Regina Margherita, c’è a destra l’isolato appartenente alle Suore di Sant’Anna, una congregazione fondata dalla Marchesa Giulia di Barolo, la quale aprì varie altre sue opere anche poco oltre, di fianco alla Piccola Casa della Divina Provvidenza. Ci troviamo infatti nel cuore della Torino caritativa e sociale, rappresentata da quattro istituzioni che già nel secolo scorso erano indicate come “le più belle glorie” della carità torinese (la Piccola Casa, l’Oratorio Salesiano, l’Opera Pia Barolo e il Collegio Artigianelli). Oppure, cambiando immagine, siamo nel cosiddetto “quadrilatero della santità”, caratterizzato dalla presenza di don Bosco, don Cafasso, don Cottolengo e don Murialdo.

Attraversata piazza Savoia, si giunge di nuovo in via Garibaldi.Sull’angolo di destra (oggi cinema Charlie Chaplin) sorgeva ai tempi del Murialdo il Caffè delle Alpi dove, secondo la tradizione salesiana e murialdina, avvenne il famoso incontro in cui il Murialdo accettò da don Bosco la direzione dell’Oratorio San Luigi.

Svoltando a sinistra, si percorre via Garibaldi. Ripassandodavanti alla chiesa di San Dalmazzo e alla casa natale del Murialdo, sigiunge in piazza Castello.

Sulla sinistra il Palazzo Reale, iniziato nel 1646 e sostanzialmente ultimato nel 1663. La facciata è di Carlo di Castellamonte. L’ala che da Palazzo Reale si protende verso piazza Castello ospita l’Armeria Reale che termina con una loggia che si affaccia su piazza Castello. Di qui Carlo Alberto proclamò lo Statuto (4 marzo 1848) e annunciò l’inizio della prima guerra d’indipendenza (23 marzo 1848). Dietro al Palazzo Reale si vede la cupola della cappella della Santa Sindone, capolavoro barocco di Guarino Guarini (1668-1694) gravemente danneggiata nell’incendio dell’aprile 1997. Al centro della piazza è il Palazzo Madama. Sorge sul luogo della Porta Decumana della città romana. Nel medioevo le torri della porta furono il nucleo dal quale si sviluppò una fortezza-castello il cui lato occidentale fu trasformato in sontuosa facciata barocca da Filippo Juvarra tra il 1718 e il 1721. Il palazzo deve il suo nome alla Madama Reale Maria Cristina, figlia del re di Francia Enrico IV e andata sposa, nel 1618, a Vittorio Amedeo I.

Palazzo Madama fu sede del Senato del Regno di Sardegna dal 1848 al 1861 e del Senato del Regno d’Italia dal 1861 al 1865.

Svoltare a destra sotto i portici fino a sboccare in via Roma,ricostruita tra il 1931 e il 1937 sul tracciato della strada apertanel 1615 da Ascanio Vittozzi.

L’interno del santuario

Siamo in piazza San Carlo (iniziata nel1640 su disegno di Carlo di Castellamonte), il “salotto diTorino”. Il monumento a Emanuele Filiberto, opera di Carlo Marocchetti, inaugurato nel 1838, è chiamato comunemente ‘1 caval ‘d brons (il cavallo di bronzo) ed è uno dei simbolidella città. Rappresenta il duca Emanuele Filiberto di Savoia nell’atto di rinfoderare la spada dopo la vittoria di San Quintino (1557).

Al termine dei portici della piazza svoltare a destra in via Alfieri e quindi a sinistra. in via XX Settembre. Sull’angolo con via Arcivescovado si incontra la chiesa della Visitazione.

Sempre nelle vicinanze, in via Monte di Pietà 11, si può visitare la chiesa parrocchiale di San Tommaso dove si venerano le spoglie mortali di Paolo Pio Perazzo, di cui è in corso la causa di beatificazione, meglio conosciuto come “ferroviere santo” per via del suo mestiere: 40 anni trascorsi a Porta Nuova, la stazione centrale di Torino, a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando nella capitale sabauda imperava l’anticlericalismo e, come accadde a Perazzo, dichiararsi apertamente cattolico poteva significare mancate promozioni e addirittura la messa in quiescenza anticipata. La figura di Paolo Pio Perazzo, terziario francescano, promotore dell’adorazione quotidiana universale, è legata al Murialdo perché fu suo prezioso collaboratore in molte delle iniziative attuate all’interno del movimento cattolico torinese.