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Domenica 24 marzo in tanti della parrocchia di Santi Martino e Rosa di Conegliano, diretta dai Padri Giuseppini  del
Murialdo, abbiamo festeggiato il nostro Santo, Patrono,  presso il capitello di San Giuseppe in Via Matteotti.

E’ stato una Eucaristia,  molto bella , partecipata da tanti parrocchiani , animata  dal coro parrocchiale, e presieduta dal
direttore del collegio Brandolini di Oderzo , don Massimo Rocchi, che ha saputo entusiasmare tutta l’assemblea alla cara figura di san Giuseppe, l’uomo del “fare e tacere”.

Dopo la S. messa il gruppo Dama Castellana, con la presenza degli sbandieratori   ha rallegrato la festa dando un
senso di gioia  dello stare insieme.

Qui sotto l’intervento del dott. Adriano Pizzolato su San Giuseppe, molto bello che ha preparato i
parrocchiani alla festa  e anche qualche foto della festa al capitello.

don Guglielmo Cestonaro

San Giuseppe, uomo del silenzio”

Lunedì 18 Marzo alle ore 20.30, presso la parrocchia dei Ss. Martino e Rosa di Conegliano, si è tenuta una conferenza molto interessante sul tema: “San Giuseppe, uomo del silenzio”, proprio nel giorno antecedente alla sua festa liturgica, che celebra San Giuseppe come “Patrono della Chiesa universale” (e patrono anche dei Padri Giuseppini), titolo onorifico che gli è stato conferito da Papa Pio IX° l’8 Dicembre del 1870 (ricorrenza dell’Immacolata) con apposito decreto, in un anno molto tormentato per la Chiesa stessa (si ricordi la famosa “Breccia di Porta Pia”).

Il nostro parrocchiano, amico, psicologo e da poco anche teologo, dott. Adriano Pizzolato, ha esposto in un excursus a livello sia umano sia teologico la figura di questo santo che la Chiesa ed anche le più grandi anime devote a Dio (vedi ad es. santa Teresa d’Avila) hanno tenuto sempre in grandissima considerazione: “Ma come si può parlare del silenzio?” ha esordito il dott. Pizzolato, “Sì, perché la storia di san Giuseppe è tutta intessuta dal silenzio (i quattro Vangeli non ne riportano una sola parola), ma si tratta di un silenzio che è sempre stato un fare operoso ed un esempio di contemplazione divina”. Di san Giuseppe possiamo, tuttavia, tentare di dare una serie di definizioni che traiamo dalla sua vita concreta a fianco della Vergine e di Gesù: “Uomo del silenzio, il giusto, il carpentiere, il falegname, il maestro d’arti, lo sposo verginale, il custode terreno del Dio fattosi Uomo, l’uomo che si fida e che fa” ecc.

Agli inizi della storia del Cristianesimo non si parlava affatto di san Giuseppe: tutti erano affaccendati nel definire la figura stessa di Gesù: “Uomo o Dio?” (vedi primo concilio di Nicea, 325), poi pian piano si arrivò a disquisire anche sulla figura di Maria: solamente intorno al 1800 e dopo il decreto di Papa Pio IX° (1870) s’iniziò a rivalutare con più attenzione anche la figura di san Giuseppe: “Il Signore a chi si rivolse tramite l’Angelo sulle decisioni da prendere, sulla fuga in Egitto, sul censimento, sul fidarsi della concezione verginale di Maria? A san Giuseppe, lo sposo della Vergine – prosegue il teologo: in poche parole Dio ha voluto che Suo Figlio nascesse in una famiglia a tutti gli effetti (una sorta di “Trinità terrena”, come in apertura di conferenza ha fatto ben notare Padre Govindan Sukumaran Mishiadas, “sacerdote del Murialdo” e missionario in India e Africa, ospite della comunità Giuseppina di Conegliano per qualche giorno).

“Cosa si può dire, quindi e oltre di san Giuseppe?” il dott. Pizzolato pone la sua domanda al pubblico: un particolare di non poco conto e che non tutti teniamo sempre in considerazione, ad esempio, è che san Giuseppe è stato anche un “padre autentico”, nel senso che ha dato a Gesù uno stato civile, una residenza, una cittadinanza (il Nazareno), gli ha insegnato un mestiere, la cultura di un popolo ed insieme alla Vergine lo ha introdotto anche alle prime preghiere (ricordiamo che a dodici anni Gesù era già in grado di discutere con i dottori del tempio sulla religione e sulla Parola di Dio). San Giuseppe, inoltre, è stato uno sposo verginale a tutti gli effetti: i vangeli apocrifi (non ispirati e non riconosciuti dalla Chiesa come autentici) ne descrivono una vita matrimoniale antecedente (ecco spiegato, direbbero alcuni, il perché dei “fratelli e sorelle” di Gesù); rimasto vedovo e quasi centenario di sarebbe sposato con una ragazzina adolescente quale era Maria: ecco il perché di tutta l’iconografia di duemila anni che lo vuole già anziano, con barba e capelli bianchi ecc., ma niente di tutto questo. San Girolamo, nel 400, liquidava tutta la questione con il famoso detto: “Deliramenta apocriforum”, ovvero i deliri dei vangeli apocrifi.

San Giuseppe è stato anche un modello di obbedienza, di lavoro umano indefesso e di contemplazione quotidiana: “Poteva essere altrimenti – prosegue il dott. Pizzolato – avendo tutti i giorni sotto gli occhi il Figlio di Dio?”, ma i teologi arrivano a sostenere ben oltre: le “Beatitudini” che predicò Gesù sulla montagna altro non sarebbero state che le beatitudini che Gesù stesso aveva potuto apprendere osservando la vita del Suo padre putativo, il che non è di poco conto.
Quindi, per finire e per parafrasare in senso lato santa Teresa d’Avila: “Ricordiamoci di pregare sempre san Giuseppe, specialmente nel giorno della sua festa liturgica. I santi sono più o meno “specializzati” in grazie e particolari favori per le anime che le richiedono con fede e perseveranza, ma san Giuseppe “esaudisce” tutta la vastissima gamma possibile di grazie che un’anima possa immaginare e che possa richiedere, sempre se conformi alla volontà del Padre. È un dialogo con Gesù, proprio come accadeva in Palestina: può forse Gesù non ascoltare e non accogliere le suppliche che Suo padre Giuseppe pone all’attenzione del Suo Cuore Misericordioso?”.

Carlo Molinari

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