Via Verdi, 8 – Torino

Facciata in via Verdi

Il palazzo dell’Università, voluto da Vittorio Amedeo II, fu inaugurato nel 1720. La facciata principale, in cotto, è quella su via Verdi, opera di Filippo Juvarra. Assai scenografici il cortile a portico e la loggia.

Il Murialdo cominciò il quinquennio teologico universitario nell’autunno del 1845. Le materie del primo anno erano: Istituzioni teologiche (= teologia fondamentale), Istituzioni bibliche (= Introduzione alla Sacra Scrittura), Teologia morale, Teologia scolastico-dogmatica, Sacra Scrittura. Lo studio della lingua ebraica era facoltativo. Erano poi attivate delle lezioni speciali di morale, chiamate appunto “conferenze di morale”. Altre materie, pur importanti, allora non venivano studiate (Storia della Chiesa, Patrologia, Teologia pastorale, Liturgia). Quest’ultima era solo in parte sostituita dalle riunioni del giovedì in cui gli studenti dovevano partecipare alla cosiddetta “scuola di cerimonie”, che Leonardo seguiva a Santa Maria di Piazza.

Proprio in quell’anno 1845-46 cominciava a scomparire il metodo tradizionale dell’insegnamento tramite dettatura da parte dei professori, sostituito progressivamente dall’uso di trattati a stampa, di cui gli stessi docenti erano autori. Lo imponeva un provvedimento del Magistrato della Riforma, l’equivalente dell’attuale Ministro dell’Istruzione.

Anche qui, come nel corso di filosofia, funzionava il sistema dei “ripetitori”. Durante la scuola gli studenti prendevano appunti e poi, durante la “ripetizione”, il ripetitore interrogava gli allievi sulla lezione del giorno prima ed in seguito riassumeva e rispiegava l’ultima lezione, assegnandola poi da studiare a memoria. Dopo il primo anno Leonardo sostenne e superò a pieni voti l’esame per il baccalaureato.

Alla fine del secondo anno affrontò l’esame su alcuni trattati del diritto canonico, della dogmatica e della sacramentaria. Fu approvato a pieni voti e proposto per la lode. Negli anni seguenti tra le materie di esame, oltre alle precedenti, compariva anche l’esegesi. Identico rimase il risultato: approvato a pieni voti e proposto per la lode, la quale gli venne poi conferita, come d’uso, alla fine del quarto anno. Al termine del quinto anno, l’8 maggio 1850 si laureò in teologia. La laurea non consisteva nella discussione di una tesi precedentemente redatta, ma in un vero e proprio esame su varie parti di tutto il curriculum teologico.

Che il Murialdo fosse uno studente diligente e che i suoi risultati fossero eccellenti, tanto da collocarlo “fra i primi del suo corso” è testimoniato anche da uno dei suoi due “ripetitori”, il teologo Augusto Berta, il quale, secondo don Reffo, avrebbe dichiarato di non aver avuto altri allievi più studiosi e più intelligenti. Esistono del resto alcune pagine in cui il Murialdo parla di sé e dei suoi risultati universitari in rapporto a quelli dei suoi “colleghi”.

“Nel corso di teologia, noi del primo anno eravamo una cinquantina: era un numero straordinario. Ma era un corso ancor più straordinario per la qualità degli allievi che lo componevano. Circa 25 erano i seminaristi [interni]; 6 studenti provenivano dal Collegio delle Province [istituzione finanziata dallo Stato per gli alunni delle Province del Regno meritevoli ma non in grado di pagarsi la permanenza a Torino] e 14 erano gli esterni. Tra i seminaristi vi erano allievi molto brillanti. Tra gli altri: Bertagna […], Barberis, che era il primo del corso, Chiavazza e parecchi altri assai intelligenti. I sei del Collegio delle Province erano distintissimi: infatti avevano vinto tutti la borsa di studio ai concorsi […]. Il primo degli esterni era Giovanni Canonica, che divenne poi avvocato […]; c’era poi il famoso Valsania, poi io e tutti gli altri”.

L’atrio interno

Il fatto di essere tra i primi degli esterni consentì al Murialdo di entrare nell’Accademia Solariana, alle cui riunioni erano ammessi 14 chierici, tutti esterni, scelti tra i migliori dell’intero corso teologico, primo anno escluso. L’Accademia teneva le sue sedute due volte la settimana, il giovedì e la domenica, sotto la presidenza dei teologi Baricco e Berta. Fissato un tema (di teologia, o di storia della Chiesa, o anche di letteratura italiana), uno dei partecipanti doveva svolgerlo, mentre altri quattro, a sorte, si impegnavano a formulare obiezioni, con relativa discussione. Si leggeva poi un brano di storia della Chiesa che nella successiva riunione doveva essere sottoposto a critica da uno degli accademici. Il Murialdo partecipò a quegli incontri dal 1846-47 fino alla fine del corso teologico, e qualche volta intervenne anche in seguito, come “emerito”.

Il Murialdo tuttavia non si vantava dei suoi successi scolastici. Amava anzi ironizzare bonariamente su se stesso, lodando piuttosto le qualità dei suoi educatori. Del teologo Berta, ad esempio, elogiava “la singolare abilità […] nel far comprendere gli argomenti più difficili e astrusi. Monsignor Savio, allora professore di Teologia all’Università di Torino, avrebbe detto che il teologo Berta colle limpide sue spiegazioni era capace di far entrare nel cervello più ottuso anche un carro tirato da quattro buoi, cosicché qualche cosa riuscì a fare entrare anche nel mio”.

Un premio per l’impegno del Murialdo fu il fatto di potersi laureare dinanzi al Ministro della Pubblica Istruzione, che allora era Cristoforo Mameli. Era quello un segno di distinzione, riservato ai migliori di ogni Facoltà.

A dire il vero Leonardo si trovò la strada spianata non soltanto per meriti suoi, ma anche per mancanza o almeno penuria di concorrenti. Infatti i migliori seminaristi interni erano stati cacciati dal seminario due anni prima per aver partecipato alle manifestazioni politiche del 1848. I primi due di tutto il corso (e perciò destinati a laurearsi dinanzi al ministro) risultarono Muzio e Vassallo, che appartenevano al Collegio delle Province. Li tallonava il Murialdo che alla fine del quinto anno era giunto ad essere, tra gli esterni, lo studente con le votazioni più alte. Ma il rettore della Facoltà di Teologia non gradiva che fossero due “provinciali” ad ottenere quell’onore tanto ambito e venne così prescelto il Murialdo, torinese, che fu il secondo a laurearsi, subito dopo Muzio.

Da quel momento fu “teologo”: quel titolo lo distingueva da chi terminava gli studi senza i gradi accademici e veniva semplicemente chiamato “don”.

Giunti in piazza Castello, si svolta a destra passando davanti alTeatro Regio (distrutto da un incendio nel 1936, ricostruito fra il 1967 e il 1973). Superati i portici, si attraversa il Giardino Realesu viale 1° Maggio che all’altezza del Monumento al Carabiniere diventa viale dei Partigiani. In corso San Maurizio, svoltare a destra; dopo ilsecondo incrocio (a destra la Mole Antonelliana, simbolo di Torino,costruita da Alessandro Antonelli tra il 1863 e il 1888 e terminata dal figlio Costanzo nel 1897, alta 167,50 metri),si giunge nei pressi del luogo (via Luigi Tarino, a sinistra) in cui si trovava la seconda sede dell’Oratorio dell’Angelo Custode.

Era stato don Giovanni Cocchi a fondare nel 1840 il primo oratorio torinese, intitolandolo all’Angelo Custode. Era un’attività nuova per Torino e aveva trovato sede in una casetta della località detta Moschino, lungo la riva sinistra del Po.

Nel 1841 don Cocchi trovò per l’oratorio una più opportuna sistemazione nel Borgo Vanchiglia, sotto la tettoia di un orto dell’avvocato Bronzino, quasi ad angolo tra Via Santa Giulia e Via Tarino.

Nel cortile di casa Bronzino don Cocchi costruì una povera cappella ed un teatrino. L’oratorio era festivo, si apriva cioè di domenica per accogliere i giovani già piuttosto grandi i quali, dopo la messa, le preghiere e il catechismo, si dedicavano ai giochi e agli esercizi ginnici. Per questa iniziativa, specialmente per la ginnastica, don Cocchi e il suo oratorio divennero presto celebri, tanto che i giovani si passavano parola dicendo “Andôma ai saut ‘d Don Cocchi” (andiamo ai salti di don Cocchi). Era un modo per venire incontro a molti giovani della città, o immigrati di recente, che non frequentavano le parrocchie di Torino e i loro catechismi. Era il tentativo di una nuova pastorale giovanile, attenta alle necessità dei ragazzi di strada, desiderosa di avvicinarli con nuovi metodi, visto che quelli tradizionali non bastavano più.

Nell’ottobre del 1851 divenne direttore dell’oratorio il cugino di Leonardo, Roberto Murialdo. Leonardo, invitato da Roberto, si recava all’Angelo Custode tutte le domeniche per farvi catechismo ai giovani e per assisterli nelle ricreazioni. Il suo apostolato in quell’oratorio, in mezzo a centinaia di giovani (anche 400 o 500) proseguì fino al 1857, quando Leonardo fu chiamato a dirigere l’Oratorio San Luigi.

L’Oratorio dell’Angelo Custode continuò nelle sue attività e nella stessa sede fino al 1871: in quell’anno fu chiuso per far posto a quello vicino, e più nuovo, di Santa Giulia.

L’area dell’Oratorio dell’Angelo Custode è ora occupata da abitazioni civili e nulla è rimasto dell’istituzione di don Cocchi.

Percorso guidato

Si prosegua dunque su corso San Maurizio e si svolti a sinistra in via Giulia di Barolo. In piazza S. Giulia, sulla destra, ai nn. 4-8, sorgel’edificio che un tempo ospitava la Casa famiglia.