11. Vocazione Missionaria: Camminando con la gente verso l’affascinante incontro con il Pellegrino Risorto

La teologia missionaria è una teologia che si vive nel cammino, nel dialogo, nell’ascolto, nella storia e in una nazione che si sente in cammino con la forza dello Spirito di Cristo Risorto. In cammino comprendiamo meglio la gente, i poveri; siamo pellegrini assieme ad altri pellegrini. Ascoltare è condividere ed è già evangelizzare, è dare la parola a tutti dando a tutti importanza e rispetto; è costruire buone relazioni tramite un dialogo aperto, sincero, senza pregiudizi; è situarsi all’interno della storia, assumendo la realtà di questo presente nella memoria del passato e progettare il futuro; è vivere la condivisione che nei gesti eucaristici di Gesù arriva alla sua massima espressione. La teologia della missione è tutto questo e, se la si vive bene, lo stesso missionario verrà a sua volta evangelizzato. Da evangelizzatori ad evangelizzati, perché tutti possono pronunciare una parola di Vangelo.

Ana Simoni e Neiva Chiossi

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11. Vocazione Missionaria: Camminando con la gente verso l’affascinante incontro con il Pellegrino Risorto (Ana Simoni e Neiva Chiossi)


A partire dal Concilio Vaticano II, il popolo di Dio incominciò a prendere coscienza che tutta la Chiesa è missionaria e che essa non ha nessun’ altra ragione di esistere se non nell’essere missionaria, cioè l’essere inviata a tutti i popoli. L’Esortazione Apostolica post sinodale Evangelii Nuntiandi di Paolo VI (1975) ribadì questo tema con molta forza e da allora ogni Papa e ogni vescovo riaffermano che la ragione per cui la Chiesa esiste è la evangelizzazione del mondo.

La teologia missionaria è una teologia itinerante. Comunemente quando si parla di missione viene in mente il partire verso qualche località. Sì, missione è cammino, è muoversi, ma non necessariamente da un posto geografico ad un altro. Prima di tutto è un cammino che si effettua a partire dal cuore. Un cammino che porta all’incontro; e non solo a un incontro alla fine del cammino, ma lungo tutto il camminare missionario; lì ci saranno molti incontri e anche molti non incontri.

La vocazione missionaria, per sua propria natura, è una chiamata a camminare con il popolo e a percorrere cammini con il Pellegrino Risorto che ci porta a leggere con occhi nuovi le realtà antiche. La Parola di Dio ci porta ad un incontro affascinante con Gesù da condividere. Questa riflessione ci invita come Famiglia del Murialdo all’attenzione e al discernimento delle realtà che bloccano la nostra visione e alle mediazioni che incendiano e aprono la nostra vista sotto la presenza tenera e trasformatrice del Maestro.

Il testo di Luca 24, 13-35 ci chiama ad un camminare missionario, e il primo passo consiste nell’avvicinarsi e ascoltare: osservare la realtà più in là di quello che gli occhi percepiscono, calcare il medesimo suolo, percorrere il medesimo cammino, ascoltare, ascoltare, ascoltare. Senza dubbio, per un membro della Famiglia del Murialdo, l’ascolto va accompagnato da uno sguardo di fede, per porre lo spirito di fede lungo tutto il cammino come fece il Murialdo, per accompagnare il popolo attualizzando la sua storia, ricordando con lui la presenza divina e così poter celebrare, condividere e tornare ad essere inviati per la missione, con un cuore ardente e senza paura dell’oscurità.

Nel testo Gesù appare senza essere riconosciuto, si fa accogliere, cammina con i discepoli, ascolta le loro lamentele, rivela loro il senso delle Scritture, divide il pane e, una volta riconosciuto, sparisce. Questa è una sfida per il progetto missionario murialdino.

P. Edegard Silva jr, un missionario di La Salette che vive ad Alagoinhas – BA, dialogando con i religiosi e le religiose della regione sul brano dei discepoli di Emmaus parlò di sei teologie (intendendo qui “teologia” come esperienza e pratica più che scienza e teoria) sulle quali rifletteremo brevemente: Teologia del Cammino, Teologia dell’ Ascolto, Teologia del Dialogo, Teologia della Storia, Teologia della Condivisione e Teologia della Missione.

1. TEOLOGIA DEL CAMMINO

L’ecclesiologia latinoamericana ha coniato il termine “Chiesa in Cammino”; questo è un ambito molto vasto: siamo una chiesa in cammino e il cammino si fa camminando!

Nel suo Vangelo Luca descrive Gesù sempre in cammino, e nel testo che stiamo meditando si afferma che il cammino porta da Gerusalemme al piccolo villaggio di Emmaus, che si trova a circa undici chilometri di distanza. Immaginiamoci quel cammino, probabilmente tanto simile a quelli che percorriamo in tante missioni murialdine, cammini polverosi, suolo aspro e duro, campi, pozzi e sassi. Ma sono numerosi i nostri cammini, i cammini della Chiesa, della Famiglia del Murialdo … ed è in questa diversità di cammini che ci poniamo assieme al popolo che cammina disilluso, scoraggiato e oppresso.

Il missionario impara da Gesù che deve arrivare senza far rumore, mettersi al fianco e seguire i passi di coloro che già camminano. Gesù si mette a camminare con loro nella loro medesima direzione quantunque in senso contrario a quello che dovrebbe essere e non li condanna per questo. Essi avevano abbandonato Gesù, ma Gesù non li abbandona.

Come un semplice pellegrino, un estraneo, un “ignorante” delle cose del posto, si avvicina con un atteggiamento di umiltà e di vera curiosità. È camminando con la gente che impariamo a poco a poco ad aprirci all’estraneo, al differente. Sì dobbiamo interessarci della vita della gente, di quello che la fa soffrire, di quello che le impedisce di vivere la sua libertà. Questo fu l’atteggiamento di Gesù con quei due discepoli, mostrò interesse e prese parte alla loro conversazione e al loro camminare.

2. TEOLOGIA DELL’ASCOLTO

Il testo non menziona per nulla la parola ascolto, ma l’atteggiamento di Gesù è molto chiaro. Avvicinandosi e mettendosi in cammino a fianco dei due, Egli si pone in atteggiamento di ascolto. Essi parlano ed Egli ascolta, interessato, curioso, come uno che sta imparando, venendo a conoscere la storia in quel momento.

L’ascolto di Gesù, così come deve essere vissuto nella nostra Famiglia del Murialdo, non è un ascoltare di facciata, ma un ascoltare con il corpo, con la vita, con l’accoglienza, senza giudizi di valore. Un ascolto incondizionato. Lasciare che gli altri parlino, che percepiscano l’attenzione di chi ascolta. Questa è una delle prime qualità del missionario; se non ascolta, non deve neppure parlare. Per essere al servizio dell’ascolto abbiamo bisogno inizialmente di essere disposti a questo atteggiamento. Ma più che un’attività, è un “modo di essere”, di rispetto e di accoglienza dell’altro. Per questo bisogna avere empatia; essa ci aiuta a leggere con gli occhi dell’altro e fa sì che il tema risulti interessante.

Gesù ebbe la pazienza di ascoltare una storia che già sapeva, ascoltando lo sfogo dei due viandanti, scoraggiati, pieni di paura, di insicurezza e incertezza. In questi frangenti, che bello trovare qualcuno che ci ascolti! Luca ci presenta Gesù in ascolto amorevole, così come suggerisce la Pedagogia dell’Amore: ascoltare con il cuore.

L’ascolto di Gesù fece breccia, autorizzò il suo discorso. È quanto succede con noi: quando la gente si sente ascoltata, ascolterà anche quello che a nostra volta dobbiamo dire.

Nell’ascolto, si nasconde uno dei segreti della nostra vocazione missionaria. Ascoltare è già evangelizzare. In questo modo la comunità si fortifica, cresce, si apre all’ascolto reciproco, all’ascolto dei “pellegrini” che camminano con loro, all’ascolto di Dio.

“Il Pellegrino Gesù” parlò solo dopo che i due discepoli si liberarono delle loro fragilità e tristezze. Essenziale nella missione è questo: prima di tutto ascoltare e accogliere il discorso dell’altro, solo allora possiamo parlare.

3. TEOLOGIA DEL DIALOGO

Il cammino di Emmaus è un cammino di dialogo tra Gesù e i discepoli. Gesù ascolta, parla, chiede e i discepoli sono attori in questo processo. Questa è una maniera molto murialdina di far missione. Mettersi in dialogo con la gente è a sua volta apprezzare la sua realtà, condividere le nostre realtà, imparare da esse, insegnare quello che sappiamo. Il dialogo non si deve ridurre alla persona; la relazione è orizzontale, tutti e due sono soggetti. Questa è una sfida per la missione, sia che si svolga in campagna, sia in città, sia nelle istituzioni, che nella strada o nella parrocchia … Dialogare! Con chi la Famiglia del Murialdo è chiamata, oggi, a dialogare? All’interno della stessa Famiglia del Murialdo, quanto dialoghiamo? Come stiamo dialogando con il mondo? E il nostro dialogo con il Signore?

Il saggio educatore Paulo Freire ci ha insegnato che l’elemento fondamentale di ogni relazione è il dialogo. Il dialogo è un senso di amore fatto azione, fatto scambio amoroso, così come lo praticò Gesù e come lo faceva, certamente, il nostro amato Murialdo. Il dialogo si trasforma in una condizione per l’incontro con il Risorto in questo viaggio missionario. Per dialogare è necessario mettersi nella situazione dell’altro, senza autoritarismo, con la consapevolezza che il vero dialogo non può sminuire la persona, al contrario, aiuta a liberarla.

Così si svolse l’evento di Emmaus, il dialogo si svolse mescolandosi con l’incertezza, la paura, la cecità dei discepoli. Il dialogo di svolse nelle fasi successive, creando la relazione. Questa è una teologia che accompagna il nostro cammino missionario: dialogo con chi cammina al tuo fianco, dialogo con la società, dialogo con la Chiesa.

4. TEOLOGIA DELLA STORIA

Il testo di Luca ci presenta Gesù che fa memoria: riprende la storia, le tappe del cammino del popolo di Dio – l’esodo, la liberazione, le profezie, la croce … Richiama perfino l’attenzione dei discepoli sulla loro difficoltà a comprendere questa storia. Quanto è importante conoscere la storia della regione, della gente e riconoscere la azione di Dio in questa storia, per poterla aiutare a vedere la “luce in fondo al tunnel”. Quando la gente è molto triste, senza speranza, scoraggiata, gli occhi diventano ciechi. È il nostro lavoro, con gli occhi della fede, aiutare a dissipare le oscurità che stanno vivendo, avvolti dalla presenza di Dio e aiutati dalle informazioni che la gente stessa ci offre. Non si tratta solo di raccontare di nuovo la storia, ma rileggerla con spirito di fede.

Martino da Vila (musico brasiliano) canta la necessità di sedersi attorno al falò per condividere esperienze: “i ragazzi attorno al falò, impareranno cose di sogno e di verità, capiranno che cosa significa vincere una bandiera e capiranno quanto sia costata la libertà”. Di fatto, come ci entusiasmavamo, da piccoli, in famiglia, ascoltando le storie che i nostri genitori ci raccontavano, alcune vere, altre inventate, ma piene di insegnamenti … Come i discepoli … in questo momento il cuore si va incendiando … arde … Oggi i nostri ragazzi e giovani necessitano di una teologia della storia / della memoria.

Questo è un punto importante anche per l’”Educazione del Cuore”: dopo essere stati con i giovani, dopo averli ascoltati, conversato con loro, quando già ci sentiamo nello stesso cammino, quando già ci sentono come loro compagni di viaggio, troviamo più sintonia e apertura per proporre nuovi cammini, per pensare e vivere valori diversi, facendo una nuova lettura della realtà, assumendo un nuovo ritmo in questo camminare che a volte si fa difficile.

La Teologia della Storia avrà effetto solamente se sarà preceduta da un farsi vicini, da un ascoltare e un dialogare; così non saranno solo parole, come facciamo spesso con il fine di “insegnare” e di instillare nella mente dei giovani ciò che crediamo sia corretto; sarà invece un gesto di amore, una forma di aiuto nel progettare il loro futuro. Come nel fatto di Emmaus: essi tornavano al loro piccolo mondo, Gesù li aiuta a procedere in avanti, verso il senso più profondo della Scrittura, del mistero del Messia, della vittoria affascinante: la Risurrezione.

5. TEOLOGIA DELLA CONDIVISIONE

Il Pellegrino Gesù – quello sconosciuto che camminò con i discepoli, accolse i loro sfoghi e dialogò con loro – ormai non è più un estraneo; adesso c’è confidenza in questa relazione, per questo viene invitato a fermarsi con loro, a entrare nella loro casa e sedersi alla loro mensa.

Sappiamo che l’ospitalità, tanto nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, ha un valore fondamentale. Nella predicazione di Gesù essa appare addirittura come un elemento di salvezza (ero forestiero e mi accolsero); anche in molti altri testi, nelle lettere, troviamo raccomandazioni e insistenza circa l’ospitalità. Una volta che l’ospite è accolto, diventa sacro.

L’invito fatto dai discepoli mostra che essi sono coscienti del dovere dell’ospitalità, però, più ancora rivela che nei loro cuori c’è il desiderio di accoglierlo. Gesù aspettava questo invito, però fa cenno di proseguire. Egli non si impone, vuole essere desiderato per essere bene accolto, attende questo invito. Nella missione non c’è posto per l’imposizione, ma deve esserci un desiderio reciproco.

Dividere e condividere. “Gesù si mise a tavola con loro, prese il pane, pronunziò la benedizione, lo spezzò lo diede loro”. Emmaus non solo riprende la moltiplicazione dei pani e l’Ultima Cena, è anche un modo speciale di rapportarci all’Eucaristia. È chiaro che qui il gesto non è solo un rito ma un’esperienza di vita.

La casa e la tavola sono luoghi sacri per celebrare l’incontro. Papa Francesco ci dice che siamo stati chiamati da Dio per promuovere la cultura dell’incontro. C’è qui un forte richiamo alla missione: generare e affidarsi ad una cultura del incontro. Così fu con Gesù, con il Murialdo, con tanti fratelli e sorelle che ci hanno preceduto e sono testimoni fedeli della vocazione missionaria: partecipavano, si impegnavano, si amavano vicendevolmente. Non c’è modo di essere vero discepolo missionario senza vincoli affettivi con il popolo, con le persone che Dio ha posto sul nostro cammino, ma è necessario “entrare in casa”, “sedersi a tavola con loro” e “condividere il medesimo pane”.

Questo è il momento di celebrare il cammino, di condividere la vita, l’amore. È qui il momento in cui gli occhi si aprono: Nel condividere! Il condividere ha la capacità di rompere le barriere, ampliare gli spazi, creare legami, edificare la comunione. Essi condivisero il cammino, le fragilità, le angustie, il rifugio e il pane; “… allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero, ma Gesù sparì alla loro vista”.

In una testimonianza narrata da un Circolo Biblico si racconta che coloro che partecipavano all’incontro stavano pregando il brano dei discepoli di Emmaus e il coordinatore pose a tutti la domanda: “E dove andò Gesù quando si sottrasse alla vista dei discepoli” … tutti rimasero in silenzio, come se cercassero la risposta; allora una signora molto semplice esclamò: “Ma certo! Egli andò dentro di loro!”. Esatto! È questo quello che accadde! È questo quello che succede! Da lì deriva il fatto che nulla può spaventare il discepolo, dal momento che ha in sé una forza invincibile. Gli stessi che erano pieni di dubbi, tristezze, paure, si trasformano in audaci missionari che camminano con sicurezza anche attraverso sentieri oscuri, dal momento che interiormente sono illuminati da una profonda esperienza di Gesù.

6. TEOLOGIA DELLA MISSIONE

“Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. Fanno ritorno di notte, guardando nell’oscurità. Tornano pieni di zelo missionario. Questo gesto ispira la nostra vocazione missionaria nella Famiglia del Murialdo. L’incontro con il Risorto spinge verso la missione. Con il cuore infiammato dalla nuova lettura della Scrittura, nutriti dal pane condiviso e affascinati dalla presenza del Risorto, si fanno forti e superano ogni ostacolo. La nuova scoperta genera un cambiamento nella loro vita. La oscurità interiore sparisce e la notte di fuori oramai non spaventa più. Allora sentono l’urgenza di ritornare a Gerusalemme, e vi si dirigono immediatamente, rifacendo quel cammino di paura e tristezza che avevano percorso. Ora c’è coraggio, gioia e determinazione.

P. Comblin, in un articolo che parlava del “Progetto Aparecida”, diceva: “D’accordo con il progetto di Aparecida, tutto va orientato verso la missione. La realizzazione pratica di questo progetto occuperà tutto il ventunesimo secolo. Questo progetto dei Vescovi richiederà una cambio di mentalità e un cambio di comportamento. La missione sarà la priorità e lascerà in secondo piano la gestione della piccola minoranza che accudisce le parrocchie. Si dovrà cambiare radicalmente la formazione sacerdotale. I religiosi dovranno ritornare alla loro vocazione originale e smettere di essere amministratori di parrocchie o di opere”.

Oggigiorno Papa Francesco insiste su una Chiesa Missionaria. Nella JMJ del 2013 si rivolse ai religiosi che stanno tra i giovani (sembra detto apposta per la Famiglia del Murialdo): “… educhiamoli alla missione, per uscire, per partire. Gesù fece la stessa cosa con i suoi discepoli: non li tenne incollati a sé, come una gallina con i suoi pulcini. Egli li ha mandati! Non possiamo rimanere chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità, quando c’ è tanta gente che sta aspettando il Vangelo! Non si tratta solo di aprire la porta per accogliere, ma di uscire dalla porta per cercare ed incontrare. Con forza pensiamo la pastorale partendo dalla periferia, da quelli che stanno più lontani, da quelli che non sono soliti venire in parrocchia, anch’essi sono invitati alla Mensa del Signore”.

Come i discepoli di Emmaus, il cuore dei nostri missionari dovrebbe stare sempre bruciando di gioia e di speranza, motivandoci ad abbracciare la missione con un sano ottimismo, con la gioia che viene da dentro. Questo è un prerequisito fondamentale per il missionario. L’ottimismo, l’allegria possono contagiare i nostri fratelli e le nostre sorelle, spingendoli ad abbracciare la missione con entusiasmo e ad affrontare con forza le difficoltà e il rischio dell’insuccesso.

Un cuore ardente farà sì che altri cuori, a loro volta, ardano. La contemplazione della scena di Emmaus ci aiuta, come missionari della Famiglia del Murialdo, a superare gli atteggiamenti negativi e paralizzanti che riducono gli orizzonti e ci impediscono di percepire le possibilità offerte per il presente e per il futuro. È la Risurrezione che porta frutti nella nostra vita!

Non possiamo tralasciare di segnalare ancora qualche cosa di molto importante. quando il missionario si mette in cammino con il popolo, assieme a lui fa delle scoperte. Inizialmente, come evangelizzatori, vogliamo che altri conoscano Cristo, facendo il possibile perché sperimentino la presenza del Risorto. Di fatto, questa è una strada della vocazione missionaria; ma questa è una strada a doppio senso di marcia e, anche il missionario si trova, a sua volta, affascinato dalla presenza di Cristo nel cammino, si incontra con lui nell’incontro con il popolo, vive egli stesso l’esperienza che desiderava per gli altri. Pertanto nella missione, volendo presentare Cristo agli altri, anche noi lo incontriamo nuovamente e rinnoviamo il nostro impegno con Lui, ci entusiasmiamo una volta di più nella missione.

In conclusione possiamo dire che solo quelli che sono capaci di ascoltare con i propri orecchi, vedere con i propri occhi e, in un certo senso, toccare con le proprie mani la bellezza dell’incontro affascinante con Cristo Risorto, potranno annunciarlo agli altri.

Speriamo che nel cammino che la Famiglia del Murialdo percorre con il popolo di Dio, possiamo fare esperienza ogni volta di più di un Cristo Pellegrino, amoroso e misericordioso che cammina con noi!

Hna. Ana Simoni Daros Deon (Feira de Santana – Bahia)

Hna. Neiva Terezinha Chiossi (Xique – Xique – Bahia)

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