BUONA FESTA DI SAN GIUSEPPE A TUTTI


  • 18 March 2021

LETTERA DI SAN GIUSEPPE

19 marzo 2021

Carissimi confratelli.

Carissimi tutti della Famiglia del Murialdo.

Nelle comunità e nelle opere siamo pronti  a celebrare in modo particolare il giorno 19 marzo, festa di san Giuseppe.

Mi sono immaginato che san Giuseppe abbia qualche buon pensiero da comunicare.

Così lascio a lui la parola.

Carissimi tutti, figli e fratelli.

Sono contento che papa Francesco si sia ricordato di me;  so della sua devozione nei miei riguardi tuttavia un onore così grande non me lo sarei mai sognato. E sì che di sogni me ne intendo!

Queste mie poche parole sono prima di tutto per ringraziarvi per quanto state organizzando e realizzando in quest’anno “giuseppino” e anche per condividere  qualche pensiero.  Lo faccio con quel mio stile fatto di discrezione e di delicatezza.

Accanto a voi.

Innanzitutto a casa vostra mi sono sempre trovato bene. Fin dall’inizio della vostra storia guardavo con simpatia i ragazzi del Collegio Artigianelli nei vari laboratori ad imparare un mestiere. Mi sembravano tante piccole Nazareth, con i giuseppini al posto mio nel servire Gesù in quei ragazzi poveri. Sono d’accordo con il vostro fondatore san Leonardo Murialdo che ha sempre raccomandato dolcezza nel trattare i ragazzi, anche i più difficili. D’altra parte siamo sempre chiamati ad essere testimoni dell’amore tenero di Dio.

Inoltre il vostro don Reffo ha scritto: “E’ San Giuseppe la regola parlante della nostra congregazione, nella quale tutto deve essere giuseppino e dalla quale deve esulare ogni cosa che non sia secondo lo spirito di San Giuseppe” (Reffo, Il fine, p. 34). Per carità non voglio fare da maestro a nessuno ma vedo che oggi sono molto apprezzati i valori che voi volete vivere attraverso i voti religiosi: la laboriosità e la condivisione a partire dal voto di povertà; l’accoglienza e la tenerezza  nel servire tutti, specie i ragazzi poveri, senza se e senza ma, per vivere in pienezza il voto di castità;; la condivisione perché i progetti  siano sempre più comunitari e di congregazione, realizzando una comune ubbidienza nel carisma.

Mi permetto di ricordare che, grazie soprattutto a Maria nella casa di  Nazareth ho vissuto un clima di famiglia veramente affettuoso,  che permetteva a ciascuno di realizzare la propria vocazione e di essere insieme al servizio del progetto di Dio.

L’oggi di Dio e della storia.

               Sono molte le preghiere e le invocazioni che mi rivolgete. Vivete tempi difficili segnati dalla pandemia del coronavirus, che sembra avere accentuato difficoltà già presenti e che ora sono esplose in modo esponenziale in tutto il mondo.

               Sento dire che la pandemia vi ha fatto entrare in un regime di urgenza e di emergenza; è come se un granello di sabbia abbia bloccato un grande marchingegno; vi siete trovati più fragili e  più deboli.

               Forse è anche un tempo di rivelazione, che può farvi scoprire un orientamento per trovare una direzione che dia nuovo e rinnovato impulso alla vita religiosa. State mettendo in crisi la vita normale di ieri, state immaginando che la vita religiosa può avere altre espressioni, magari più povere e semplici, meno standardizzate e regolate, ma più evangeliche, più umane.  

               Nelle vostre preghiere, rivolte a me, fate spesso presenti la mancanza di vocazioni, la scarsità del personale per le opere e per i bisogni nuovi che emergono, i problemi economici, e tanto altro. Che dire?

               Vi do un suggerimento. Non vivete questa  stagione con rammarico, più o meno manifestato. Il rammarico non vi aiuta a guardare il futuro e  fa mettere lo sguardo più sulle debolezze che sulle possibilità, fa rimpiangere il passato e non fa sognare il futuro. In questo modo è difficile leggere la situazione e fare un cammino di  discernimento e la preghiera diventa un lamento. E allora addio “coraggio creativo”. Può essere tempo di fare scelte dolorose, ma non fatele con amarezza: fatele con gratitudine per quello che vi è stato dato di vivere e di donare.

               Mi rendo conto che si tratta di accettare un esodo continuo da voi stessi, dalle vostre abitudini, dalle vostre tradizioni. Che non sia nel cambiamento la sfida che la vita propone?

Il futuro è di Dio.

               Sento già la domanda che sale a me: E allora cosa fare?

               Vi racconto la mia esperienza, forse qualcosa dice anche a voi.

Io da giovane uomo avevo già scelto il “mio futuro”: Maria e con lei formare una famiglia; ero già sposo e sognavo di essere presto padre.

               Ma poi scopro che Maria è incinta e quel futuro improvvisamente è  svanito.

               Nel sogno interviene un messaggero di Dio che mi spiega come stanno le cose e allora accetto e cambio decisione.

Un futuro nuovo e sereno? Non tanto.

               Con Maria avevo preparato ogni dettaglio per la nascita del bimbo, ma poi sono dovuto partire e a Betlemme ho cercato di arrangiare la situazione meglio che potevo.

               Finalmente in tre e in pace? Magari.

Parto e vado in Egitto, perché così mi è stato chiesto.

               Qualche tempo in Egitto. Non male direi e tutto sommato un futuro me lo ero garantito con il mio lavoro. Interviene ancora il messaggero di Dio e cambia lo scenario della nostra vita.

Saluto i vicini, sistemo la bottega presso un artigiano locale, faccio provviste, mi informo sul viaggio e poi partiamo verso un altro futuro. Sapevo già la meta del viaggio, ma in seguito ad informazioni ricevute cambio destinazione e vado a Nazareth.

               Finalmente tra la mia gente e in mezzo al mio popolo con cui condivido cultura, religione, vita sociale, lingua e tradizioni. Ma un giorno in Gerusalemme  a Maria e a me tutto crolla addosso. Eravamo andati con Gesù nella città santa per celebrare la Pasqua. Il figlio aveva dodici anni e per la prima volta saliva al tempio. Già sulla strada del ritorno, ci accorgiamo che Gesù non c’è nella nostra carovana. Sono seguiti tre giorni di angoscia e finalmente lo abbiamo trovato nel tempio tra i dottori.  Conoscete già la risposta di Gesù alla domanda piena di meraviglia e di affetto rivoltagli da sua madre: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.

               E’ in questa risposta di mio figlio che ho capito che il futuro è di Dio. Gesù lo sapeva e da sempre. Perché era venuto per fare la Volontà del Padre e non la sua, tanto meno quella dei suoi genitori.

               Capisco le programmazioni, i forum, i capitoli, le conferenze di vario livello, i consigli… e tanto altro. Fate bene perché c’è bisogno di incontro, di scambiarvi idee e prospettive, di prendere decisioni condivise. Da parte mia posso dirvi che ho imparato che il futuro va accettato, scoperto in un “oltre” rispetto ai nostri calcoli; rimane l’impegno di non portare avanti la vostra storia, ma la storia di Dio. O meglio: di portare avanti la vostra storia dentro la storia di Dio. E’ questo il mistero dei nostri giorni: un mistero di grazia, di croce e di Pasqua: un mistero di salvezza. E’ il frutto di un ascolto che tocca la mente, scalda il cuore e mette in azione.

               Credo che stia qui il compito e il frutto del discernimento: mettervi sulle tracce del futuro di Dio e fare vostra la sua storia. La scrittura dice di Lui: “Io sto alla porta e busso” (Ap 3, 20). Non siete soli: è Lui che vi viene a cercare, lasciatevi trovare.

Viva i laici.

               Ancora un pensiero. A me Dio ha affidato i tesori più preziosi: Maria e Gesù. Mi sono chiesto spesso: perché proprio a me? Non sono uno scriba, un levita, un sacerdote, un fariseo; sono di un paese che, secondo Natanaele e non solo per lui,  non promette nulla di buono.

               Forse quello che piace a Dio è una vita ordinaria, semplice, quotidiana; fatta di poche cose ma essenziali; ricca di relazioni amicali; lontana dai titoli e dal potere; intessuta di lavoro e di famiglia; semplicemente umana nel suo vivere nella gioia e nel dolore, nelle molte attese e, spesso,  nelle poche realizzazioni; dentro un popolo che sa incontrarsi per lodare Dio e decidere delle beghe che  capitano. Insomma nulla di particolare. Semplicemente laico, umano.

               Per questo sono contento quando vi trovate insieme  laici e religiosi, non  solo per programmare e per pregare, ma soprattutto per scambiarvi i doni che la vita ha messo in ciascuno di voi. Per dire insieme che state condividendo un pezzo della storia di Dio, in cui ciascuno è protagonista in forza della propria vocazione e lo diventa ancora di più in un contesto di comunione di vocazioni.

Un augurio.

                Quando mio figlio, già famoso come predicatore e taumaturgo, tornò a Nazareth, la gente si chiese meravigliata: “Ma questi non è il figlio di Giuseppe”?

               Ma certo che è mio figlio! Che bello se incontrando un giovane che ha frequentato le vostre opere potessero dire: “ma questo giovane non è stato dai Giuseppini? Naturalmente in senso positivo, perché qualcosa di “giuseppino” gli è rimasto dentro.

               E buon compleanno nel ricordo della fondazione della vostra congregazione: 19 marzo 1873.

               Grazie a tutti per quanto farete in quest’anno e anche nei seguenti per manifestarmi la vostra devozione: potete contare sulla mia protezione.

Grazie san Giuseppe.

Continua ad assistere, proteggere, accompagnare la nostra famiglia religiosa.

p. Tullio Locatelli csj

padre generale

(La lettera circolare del padre generale per la famiglia del murialdo che uscirà il 19 Marzo 2021)

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